La Giornata Mondiale dell’Accessibilità 2018 all’Istituto Francesco Cavazza di Bologna. Un’esperienza che insegna a guardare con altri sensi. Per ricordarci che a volte basterebbe solo un po’ più di tatto.

Ogni anno nel mese di maggio si celebra il Global Accessibility Awareness Day, la giornata dedicata a diffondere in tutto il mondo la consapevolezza di quanto sia importante, e necessario, sensibilizzare ai temi dell’accessibilità e dell’inclusione. Quest’anno la Giornata Mondiale dell’Accessibilità si è celebrata in Italia in due momenti differenti: il primo con l’incontro su L’accessibilità nella trasformazione digitale dei siti aziendali, presso la residenza dell’Ambasciatore Danese a Roma (17 maggio 2018); il secondo a Bologna, con gli Accessibility Days 2018 (18 maggio). Ed è proprio a Bologna che siamo andati.

Dalla presentazione di Alessandro Scardova agli Accessibility Days 2018 – Bologna.

Dopo il successo della prima edizione ad Ancona nel 2017, quest’anno ci si è incontrati nella cornice ottocentesca dell’Istituto dei Ciechi Francesco Cavazza. Una giornata ricca di appuntamenti con un focus ben preciso. No, non la disabilità in quanto tale. Agli Accessibility Days non si è parlato di limitazioni fisiche e del modo di superarle. Chi pensa questo, è sulla strada sbagliata. Al centro dell’importante manifestazione ci sono state le persone e la progettazione per tutti. Senza alcuna distinzione.

Fare qualcosa che serva

«Non parliamo più di disabilità. Iniziamo a progettare per la diversità umana. Ed è una cosa bellissima, ognuno di noi è diverso dall’altro. Certo, non è facile e non è gratis. Fare le cose in maniera civile è più complicato e sicuramente meno economico. Ma è la cosa giusta da fare. Non è ipocrisia» ha raccontato Alessandro Scardova di DotDotNet durante il suo intervento ‘Inclusive Design, progettare per tutti’ (trovi qui il video completo del suo speech). «È fare qualcosa che serva» aveva risposto in apertura, con semplicità e schiettezza Andrea Saltarello, sviluppatore e presidente della community UGIdotNET. Lo scopo di incontri come l’Accessibility Days 2018 è esattamente questo: fare qualcosa che sia utile per tutti. Ma il vero valore non risiede nella giornata in sé. La lezione che ci siamo portati a casa si trasmette nell’impegno da mantenere costante nel tempo.

Un ricco programma, una giornata densa di incontri, dicevamo. Gli organizzatori hanno messo subito i puntini sulle “i”: «abbiamo organizzato questo evento con i gruppi di WhatsApp, su Twitter, con le chat» ha spiegato Stefano Ottaviani di DevMarche. «Insomma, grazie ai social e alla tecnologia. Non c’è stato alcun limite, anzi. Ne è venuto fuori qualcosa di inaspettato e superiore alle aspettative di tutti noi».

Perché parliamo di accessibilità? Perché se non è accessibile non è fruibile

L’idea di disabilità è cambiata nel tempo. Negli anni Ottanta l’Organizzazione Mondiale della Sanità definiva la disabilità come una condizione personale. Poi, nel 2001, questa definizione è stata sostituita e riadattata. Siamo passati da un problema di salute del singolo a una condizione legata al contesto e alle interazioni con lo stesso. «Disability is not just a health problem. It is a complex phenomenon, reflecting the interaction between features of a person’s body and features of the society in which he or she lives» (World Health Organization, 2001).

Dalla presentazione di Alessandro Scardova agli Accessibility Days 2018 – Bologna.

Tutti noi siamo abituati a pensare alla disabilità come qualcosa di permanente, a problematiche presenti dalla nascita. La scienza ci insegna però che la disabilità è dinamica. E l’osservazione del mondo ci conferma che si può parlare di disabilità temporanea e situazionale. Banalmente, per un periodo della propria vita si può convivere con un’ingessatura al braccio o in un momento della giornata ci si può ritrovare con il Sole negli occhi che impedisce di avere una perfetta visione di ciò che si ha davanti in quello specifico momento, racconta Scardova. Infatti, secondo la World Health Organization «la disabilità è parte della condizione umana. Quasi tutti saranno temporaneamente o permanentemente coinvolti in qualche momento della vita» (World Health Organization, World Report on Disability, 2011).

Per questo se si progetta un’applicazione fruibile anche con una sola mano o un software disegnato per una persona non vedente potrà essere utile anche a chi ha un problema momentaneo. Come quelle temporanee, esistono disabilità situazionali: la busta della spesa in una mano e il telefono che squilla nell’altra. Se lo smartphone obbligasse a usare due mani per rispondere, questa operazione non potrebbe essere svolta. «La mobilità aumenta gli elementi di disagio ed è fondamentale che in fase di progettazione vengano considerati fattori come questi».

Progettare per le persone permette di creare un legame emotivo grazie a un’interazione personalizzata sulla base di abilità sempre diverse. Risolvere un problema per una persona permette di aiutarne tante altre.

Dalla presentazione di Alessandro Scardova agli Accessibility Days 2018 – Bologna.

Giornata Mondiale dell’Accessibilità, va bene ma di cosa stiamo parlando?

«When websites and web tools are properly designed and coded, people with disabilities can use them. However, currently many sites and tools are developed with accessibility barriers that make them difficult or impossible for some people to use. Making the web accessible benefits individuals, businesses, and society. International web standards define what is needed for accessibility».  È quanto si legge sul sito del W3C (World Wide Web Consortium), la ONG nata nel 1994 presso il MIT dall’incontro tra Tim Berners-Lee e il CERN allo scopo di sviluppare tutte le potenzialità del Web stabilendo standard tecnici condivisi a livello globale per lo sviluppo dei siti Web.

I principi del W3C riguardanti l’accessibilità del contenuto Web sono racchiusi nelle linee guida WCAG (Web Content Accessibility Guidelines) che devono poter soddisfare le esigenze dei governi, delle aziende, delle persone a livello internazionale. Per questo sono sviluppate dal “Consorzio delle tre doppia W” in collaborazione con individui e organizzazioni di tutto il mondo. Attualmente l’ultima versione delle linee guida è la WCAG 2.0 pubblicata l’11 dicembre 2008 che non verrà modificata ma “rinforzata” con il rilascio della versione 2.1 prevista per giugno 2018. Anche quest’ultima, una volta pubblicata non cambierà.

Accessibilità beneficio di tutti

Secondo il World Wide Web Consortium, parlare di accessibilità Web significa fare in modo che siti Web, strumenti e tecnologie siano sviluppati per essere utilizzati da tutti, senza limitazioni per le persone affette da disabilità. L’accessibilità al Web comprende tutte le disabilità: cecità o ipovisione, sordità o perdita dell’udito, limitazioni nel movimento, fotosensibilità, difficoltà di apprendimento o limiti cognitivi. Essa va a benificio di tutti: per chi naviga da desktop, laptop, tablet, smartphone, smartwatch, smart TV, dispositivi con display molto piccoli, persone con disabilità temporanee o limitazioni situazionali, persone che utilizzano una connessione Internet lenta o che hanno una larghezza di banda limitata o costosa, persone anziane con abilità mutevoli dovute all’invecchiamento.

La documentazione WCAG 2.1 introduce alcune raccomandazioni che mirano a rendere il contenuto Web più accessibile a un bacino più ampio di utenti. Si parla di testi, immagini, suoni e di tutte quelle informazioni contenute in una pagina Web o in una applicazione. Secondo il W3C, le linee guida 2.1 non potranno rispondere a tutte le esigenze delle persone con disabilità. Ma rispettarle renderà i contenuti più fruibili a tutti gli utenti in generale permettendo alle persone di percepire, capire, navigare e interagire con il Web e contribuire a modificarlo.

Approccio inclusivo alla progettazione

Secondo una ricerca della Forrest Research (2003-2004) il 57% degli utenti beneficiano di un approccio inclusivo alla progettazione. Per Susan Goltsman, pioniere dell’Inclusive Design, questo non significa «progettare qualcosa per tutti, ma creare una diversità di modi per partecipare affinché tutti sviluppino un senso di appartenenza». Ne ha parlato recentemente anche Corey Timpson a Meet the Media Guru a Milano. Ma per il 20% degli utenti online non è così.

Dalla presentazione di Alessandro Scardova agli Accessibility Days 2018 – Bologna.

Tra il 5 e l’8% degli individui di tutto il mondo la percezione dei colori, parziale o totale, non è possibile a causa del daltonismo genetico o di altre forme di daltonismo. In alcune di esse, il soggetto ha bisogno di una maggiore quantità di verde per combinare i vari colori (deuteranomalia). Altre volte il problema è un’insufficiente sensibilità al rosso (protanomalia). Ma c’è anche chi è insensibile al blu, al violetto e al giallo (tritanopia).

L’alternata percezione o l’impossibilità di distinguere alcuni colori potrebbe risultarci irrilevante. Ma se non vogliamo occuparci di accessibilità perché non ci interessa “essere buoni con gli altri” (c’è chi pensa che parlare di accessibilità significhi questo!) allora dovremmo almeno preoccuparci di quell’8% di utenti che non riescono a percepire correttamente il colore di fondo del nostro sito o di quel 20% di utenti online che non può accedere ai nostri contenuti o ai nostri prodotti perché non rispettiamo gli standard per l’accessibilità Web. Non avere cura di questi aspetti significa non dare importanza alla possibilità di far accedere a ciò che facciamo anche quel 20% in più di utenti.

L’ora della divability

Negli Stati Uniti, ricorda Scardova, più di 21 milioni di persone vivono in una condizione di disabilità, tra permanente (26.000 persone), temporanea (13 milioni) e situazionale (8 milioni). Pensare all’accessibilità in fase di progettazione significa cambiare il paradigma di interazione con il dispositivo. Ovvio che non sia tutto così facile. I costi sono più alti, i bisogni sono diversi ma progettare per l’accessibilità permette di considerare un bacino di utenza molto più vasto.

La diversità sta nelle abilità, per questo Scardova propone il concetto di “divability”, ovvero avere abilità diverse. Superare l’idea della disabilità come un “non-qualcosa” o una condizione di salute personale è il primo passo. «Definire una persona come un non-vedente è una limitazione» continua Scardova. “Vedere” in italiano ha una serie di sinonimi: conoscere, incontrare, guardare, immaginare, sperare. «Chi è cieco ha un problema alla vista ma non ha un problema di immaginazione. Non ha un problema al cuore». Un cieco ha abilità diverse ed è in grado di vedere con tutti gli altri sensi, solo in un modo a cui noi non siamo abituati.

Disabilità un corno! Provate voi ad andare in giro bendati

Avete mai provato ad andare in giro per la città con gli occhi chiusi? Vi siete mai trovati in un posto sconosciuto, mai visitato prima, ed essere costretti a conoscerlo attraverso tutti i vostri sensi eccetto la vista?

Noi l’abbiamo fatto. Ci siamo ritrovati nel centro storico di Bologna, con una benda sugli occhi. Abbiamo camminato per le vie della città, da via Castiglione 71 a via Nazaro Sauro 24. Quasi 2 chilometri a piedi, guidati da ragazzi non vedenti.

Non è una follia, non stiamo scherzando. È stato uno dei momenti cruciali della giornata dedicata all’accessibilità. Chiaramente tutto si è svolto con estrema sicurezza e aiutandosi l’un l’altro. Abbiamo provato a calarci nei loro panni, nelle difficoltà che affrontano ogni giorno. E abbiamo capito che spesso guardare con gli occhi non basta. Con gli altri sensi, si può vedere anche di più.

Non è buonismo. Le difficoltà sono immense inizialmente e probabilmente lo sono ogni giorno. Ma se chi progetta conosce queste difficoltà e lo fa con attenzione e sensibilità ad alcune importanti linee guida, si rende più semplice tutto quello che a nostri occhi lo è già. Bisogna provare a guardare con quelli degli altri. E questa volta è proprio il caso di dirlo.