La febbre da ICO (Initial Coin Offering) è ancora alta, ma alcuni già ipotizzano un calo delle operazioni. Democratizzazione del venture capital o pericoloso Far West? La questione resta aperta, mentre il fondatore di Ethereum pensa alle DAICO.

Il fenomeno ICO, misterioso e inquietante, nel 2018 si è manifestato in tutta la sua rilevanza. Secondo il servizio online Icodata.io, lo scorso anno sono state ben 871 le Initial Coin Offering (ICO, appunto), per un valore complessivo di oltre sei miliardi di dollari raccolti. O meglio: per un ammontare in criptovalute corrispondente a sei miliardi. La sigla ICO designa infatti uno strumento non regolamentato attraverso il quale una nuova impresa raccoglie capitale di rischio in criptovaluta e finanzia in tal modo il proprio progetto di business. In sostanza l’investimento è effettuato non in valuta ufficiale, ma in monete digitali o token emessi tramite software. Come avviene nel caso delle più classiche IPO, l’investitore riceve in cambio equity, ossia quote della società.

Democrazia o Far West?

Le ICO sono utilizzate dalle startup per aggirare il rigoroso e regolamentato processo di raccolta del capitale richiesto dagli investitori in capitale di rischio o dalle banche. In una campagna ICO una percentuale della criptovaluta viene venduta ai primi finanziatori del progetto in cambio di valuta a corso legale o altre criptovalute, di solito Bitcoin o Ethereum.

Per alcuni si tratta di un fenomeno di grande interesse, che rende più democratico e aperto il mondo del venture capital. L’accesso al capitale di rischio è infatti garantito anche a quelle startup che non sarebbero finanziate con strumenti tradizionali. Colpisce, in questo senso, il sorpasso registrato nel 2017 dei finanziamenti early-stage da parte delle ICO.

In molti sottolineano però i pericoli associati a uno strumento non regolamentato di questo tipo. Operare con ICO significa muoversi in una sorta di zona grigia. Non esistono regole che disciplinino il comportamento di una startup nei confronti del denaro raccolto tramite ICO. Di fatto, le società non hanno obblighi verso i finanziatori. Non a caso a beneficiare delle ICO sono spesso piattaforme e imprese che devono ancora essere completamente costruite o, peggio ancora, esistono solo allo stadio di idea.

Uno dei rischi talvolta evidenziati è costituito dalla manipolazione degli scambi. Può accadere infatti, almeno in teoria, che fondatori e investitori iniziali si accordino in fase pre-ICO stabilendo privatamente un prezzo molto più basso di quello pubblico. Nel momento in cui i token vengono quotati, questi possono essere negoziati fittiziamente generando l’illusione di una domanda che in realtà non esiste. Il risultato è un’alterazione “artificiale” del valore dei token stessi.

I numeri del 2018

L’elenco completo delle ICO del 2017 censite da Icodata.io è disponibile qui.

Il picco della raccolta attraverso ICO è stato raggiunto in dicembre (oltre 1,6 miliardi di dollari). Tuttavia, sempre secondo Icodata.io nei mesi successivi c’è stato un calo costante: 1,4 miliardi in gennaio, 1,2 in febbraio 1 in marzo e 560 milioni in aprile. Per il magazine italiano Crowdfunding buzz si tratta della prova che il mercato si sta facendo più cauto e selettivo, tendendo a premiare solo le ICO più serie.

Tuttavia, altre fonti ci mostrano un quadro meno lineare. Secondo il sito Coinschedule nel corso del 2017 le ICO hanno raccolto complessivamente meno di 4 miliardi di dollari, mentre nei primi mesi del 2018 sono già stati superati i 7 miliardi (con un picco nel mese di marzo, in cui sono stati sfiorati i 3 miliardi). A sua volta, Coindesk riferisce di una raccolta di 6,3 miliardi di dollari nei primi tre mesi del 2018, pari al 118% di quella registrata in tutto il 2017. Per Coindesk il risultato del 2018 è influenzato dalla ICO record di Telegram, che pesa da sola 1,7 miliardi. Ma anche scorporando tal computo il valore di questa operazione, siamo a 4,6 miliardi di dollari dall’inizio dell’anno, ovvero l’85% di tutto il 2017.

 

Arrivano le DAICO

Evidentemente queste discrepanze sono il frutto di metodologie di analisi non omogenee, come dimostra anche il disaccordo sul numero di operazioni. Resta il fatto che la totale assenza di regole preoccupa non poco anche coloro che hanno fin qui scommesso delle ICO. Non a caso, dunque, un tentativo di porre argine al Far West viene proprio da Ethereum, la piattaforma sulla quale è stata lanciata la maggior parte delle ICO. Vitalik Buterin, il fondatore di Ethereum ha annunciato nei mesi scorsi il modello DAICO, dove DA sta per «decentralized autonomous».

Il contratto DAICO è descritto dallo stesso Buterin in un post apparso il 6 gennaio scorso nel blog Ethereum Research. La soluzione prevede una fase iniziale di tipo «contributivo». In pratica chi pubblica la DAICO deve specificare il meccanismo attraverso il quale i finanziatori possono contribuire apportando Ethereum e ottenendo token in cambio. Il meccanismo può contemplare un tetto massimo, funzionare al ribasso secondo la logica dell’asta olandese, un’offerta interattiva, una vendita di tipo KYC (Know Your Customer) con «cap» personalizzati, o qualsiasi altra modalità. Terminato il periodo di contribuzione, la possibilità di apportare altri Ethereum viene meno. A quel punto può essere fissato il valore iniziale del token, il quale diventa un bene negoziabile.