La mobilità non è un dato fisico ma un valore, che si lega all’idea di benessere, salute e disponibilità di tempo. Aspettando Georges Amar a Meet the Media Guru.

Sta per arrivare a Milano, ospite di Meet the Media Guru, il grande teorico della mobilità Georges Amar. Studioso, docente di Teoria e Metodi del Design Innovativo al Mines ParisTech, autore di Homo mobilis. Le nouvel âge de la mobilité (2010, poi ripubblicato nel 2016), consulente per l’innovazione dell’azienda di trasporto pubblico parigina RATP, Amar ci invita a guardare all’idea di mobilità con un occhio non banale. Mobilità non è sinonimo di «trasporto», «transito», «spostamento». Il suo valore sta nella capacità di creare opportunità e relazioni. Ciò che conta non è risparmiare del tempo, ma capire se il viaggio che intraprendiamo genera per noi un valore o meno.

Un salto di paradigma

Il cambiamento tecnologico potenzia la mobilità dell’essere umano, ovvero la sua capacità di muoversi. Per molto tempo l’obiettivo è stato muoversi sempre più in fretta, sempre più comodamente e per arrivare ovunque. Oggi la tecnologia sembra puntare in due direzioni diverse: rendere l’esperienza della mobilità più ricca da un lato e più sostenibile dall’altro.

Un passaggio decisivo è consistito nell’avvento del paradigma dei big data, nel quale siamo ormai immersi. È proprio la grande disponibilità di dati, accessibili ed elaborabili in tempo reale, a rendere l’esperienza della mobilità più ricca. L’integrazione fra queste due dimensioni – movimento e dati – è alla base del concetto di infomobilità, che designa una serie di servizi sempre più centrali nel settore automobilistico. Al punto che il cuore della vettura non è più il motore (a scoppio, ibrido o elettrico che sia). Il nuovo cuore dell’auto è il suo dispositivo di comunicazione, attraverso il quale l’esperienza della mobilità si arricchisce di dati. Il flusso è in due direzioni: dall’infoprovider all’auto, com’è ovvio, ma anche dall’auto all’infoprovider.

Mobility as a Service (MaaS)

Ma a sconvolgere l’industria dell’auto non è solo il paradigma dell’infomobilità, che impone di progettare vetture radicalmente diverse e di affrontare sfide ingegneristiche nuove (basti pensare al problema della sicurezza). Il punto è che oggi, sempre più spesso, gli individui non cercano un mezzo per spostarsi, quando un servizio di mobilità. Si sviluppa il concetto di Mobility as a Service (MaaS), che consiste nell’integrazione di varie forme di servizi di trasporto in un unico servizio di mobilità, accessibile su richiesta.

L’operatore MaaS orchestra l’offerta di diverse opzioni di trasporto, che si tratti di trasporto pubblico, noleggio di auto, car sharing o bike sharing, taxi o una combinazione di questi servizi. Dal punto di vista dell’utente, la MaaS significa disporre di un’unica applicazione per l’accesso al servizio di mobilità integrato, con un unico canale di pagamento.

Il modello è ancora tutto da raffinare. Uno dei casi più citati è quello di MaaS Global, startup finlandese che nel 2016 ha lanciato la app Whim. Oggi con Whim si può viaggiare a Helsinki, Anversa, Amsterdam e Birmingham. Tuttavia – come ha scritto David Zipper su Citylab – non è chiaro quanto possa essere efficace il modello MaaS se le aziende di trasporto locale, che costituiscono le colonne portanti delle reti di mobilità, specialmente nelle città europee, non sono disposte a collaborare con le piattaforme di terze parti.

Interessante anche la proposta di Green Class FFS. In questo caso la piattaforma MaaS è offerta direttamente dalla società che gestisce il trasporto ferroviario in Svizzera. Green Class FFS permette di accedere ai servizi di mobilità su rotaia e su strada con un abbonamento unico. Gli utenti possono utilizzare fra l’altro auto elettriche, parcheggi di corrispondenza nelle stazioni, servizi di carsharing e bikesharing. Il tutto con una specifica copertura assicurativa.

Una vita mobile

L’oggetto-simbolo della mobilità, e al tempo stesso il suo feticcio, è senza dubbio il telefono cellulare. Fattosi intelligente (smartphone), il telefono è diventato la tecnologia abilitante di una nuova esperienza di mobilità. Potremmo definirla una mobilità aumentata, perché resa più ricca di informazioni. Lo smartphone accresce le nostre opportunità di movimento e nutre la nostra smania di muoverci. Pensiamo a che cosa diventa l’esperienza del camminare, dimensione di base dello spostamento umano, svolta con il telefono cellulare.

Da un lato abbiamo un potenziamento di tale esperienza, grazie alle popolari applicazioni di self-measuring che, con l’ausilio del GPS e dell’accelerometro, tracciano i nostri spostamenti a piedi, calcolando velocità, distanza coperta e itinerari percorsi. Dall’altro lato abbiamo un impoverimento, perché il nostro camminare con gli occhi fissi sullo schermo dello smartphone è diventato un incedere alla cieca.

Attraversiamo il mondo, per così dire, senza più guardarlo negli occhi. E camminare per strada fissando il telefono può costituire una pratica molto pericolosa, specie nel traffico urbano. Ma forse è anche peggio di così. Come ha lucidamente intuito Keiichi Matsuda, altra “vecchia” conoscenza di Meet the Media Guru, la nostra mobilità è incapsulata in una bolla virtuale: una iper-realtà personalizzata, satura di tecnologia. Il software agisce come una sovrastruttura che ci impedisce di vedere il mondo sottostante. Il mondo dato – ossia quello che ci è donato, da Dio o dal caso – è diverso dal mondo dei dati, ossia il mondo che il software ci apparecchia attraverso procedure di analisi, profilazione e personalizzazione dell’esperienza.

La mobilità come diritto

Quello alla mobilità è anche un diritto, spesso negato. Secondo l’International Migration Report 2017 delle Nazioni Unite, sono 258 milioni i migranti internazionali nel mondo. Un numero in continua crescita almeno dal 2000, quando i migranti erano 173 milioni, anche se il tasso di incremento è rallentato dopo il 2015. Al centro del fenomeno migratorio c’è l’Africa. Secondo il camerunese Achille Mbembe, fra i maggiori teorici del post-colonialismo, il governo della mobilità globale è, al pari della crisi ecologica, una delle principali sfide del XXI secolo. Ha scritto Mbembe su “Le Monde” il 17 febbraio scorso (Les Africains doivent se purger du désir d’Europe):

La migrazione non si fermerà. Al contrario, la Terra è alla vigilia di nuovi esodi. […] Una nuova linea di frattura, di portata planetaria, separerà l’umanità. Da un lato ci saranno coloro che godranno del diritto incondizionato di movimento e del diritto alla velocità; dall’altro coloro che, essenzialmente caratterizzati su base razziale, saranno esclusi dal godimento di questi diritti.

Basta avere il passaporto sbagliato, per vedere limitato di molto il proprio diritto alla mobilità. Secondo il Visa Restrictions Index stilato ogni anno da Henley & Partners, il passaporto giapponese permette di entrare direttamente in 190 paesi del mondo, quello iracheno in appena 30 (l’Italia, per la cronaca è al 4° posto, con 187 destinazioni).

Tutto scorre

Ci si può domandare se questa smania di mobilità abbia un qualche riscontro antropologico. Siamo esseri nomadi o stanziali? Ci muoviamo per bisogno, per piacere o per entrambe le ragioni? D’altra parte, l’idea di movimento è legata anche al concetto filosofico di divenire, ossia all’idea che la realtà sia in perenne trasformazione e che questa costituisca la sostanza dell’essere. «Tutto muta, meno la legge del mutamento»: è il famoso pánta rheî attribuito (erroneamente) a Eraclito.

Insomma: ci sono molte buone ragioni per andare al Museo Nazionale della Scienza e della Tecnologia di Milano, il prossimo 5 marzo, ad ascoltare il racconto di Georges Amar. Ci si registra qui.