Il Data Design trasforma i dati in informazione usabile e accessibile. Una disciplina centrale nella Data-Driven Economy.

“Data is a precious thing and will last longer than the systems themselves.” – Tim Berners-Lee, inventore del World Wide Web, più noto come WWW.

In questo articolo riprendiamo le fila del discorso sul Data Design, aperto da Graydee nel pezzo UX writing e data design: dati e conversazioni, le sfide del design moderno.

Come sappiamo, la raccolta, l’analisi e l’uso sapiente dei dati sono diventati ormai un fattore fondamentale nei processi decisionali di imprese, istituzioni e singoli individui. Se ci pensiamo bene, si tratta di una costante e inarrestabile generazione di dati, dove “il prodotto siamo noi”.

Lo hanno evidenziato Marco Delmastro e Antonio Nicita in Big data – Come stanno cambiando il nostro mondo dove, ancora una volta, viene ribadito lo “scambio implicito che ci vede protagonisti inconsapevoli”, se non eccessivamente incuranti, “nel gioco degli algoritmi” (dal Sole24Ore, Big data – il prodotto siamo noi).

Ma qual è lo scenario in cui si realizzano e si intersecano le nuove frontiere di Data Design e di approcci della Visual Communication, la quale a proprio modo si articola in Information Visualization e Visual Storytelling? Uno scenario fatto di accumulo e pervasività incontrollata di dati da “sottrarre al rumore di sottofondo” ed elevare a informazione, attraverso la migliore rappresentazione possibile.

Data design: quanto valgono i dati?

You can have data without information, but you cannot have information without data.” – Daniel Keys Moran, programmatore e autore di fiction americano.

È proprio questo il punto. Per ottenere informazione, e quindi valore conoscitivo, è necessario fornire alla materia grezza strutture, modalità e relazioni che ne consentano da un lato la leggibilità, dall’altro la possibilità di auto-compiersi.

Nell’ambito di un ipotetico studio, poco importa se un soggetto risponde positivamente a un certo vaccino. Tutt’altra faccenda si verifica, se l’esito positivo è dato da un campione rappresentativo di individui.

Dare senso all’informazione

Infatti, è difficile che un dato parli di per sé, senza essere collocato in un contesto o senza essere comparato con altri. Il valore di una cifra numerica risiede nell’informazione che racchiude, ma quest’ultima non si recepisce nella sua forma esplicita. L’informazione può essere correttamente recepita solo ponendo il dato all’interno di un sistema organizzato, in cui quest’ultimo, messo in relazione con altri dati, assume rilevanza e senso.

Il Data Design si occupa di fare proprio questo: trasformare un dato in qualcosa di usabile e accessibile. Il Data Design tratta il dato come un’informazione, utilizzando strutture e sistemi per organizzare i dati grezzi e convertirli in contenuti portatori di significato.

Torniamo dunque alla domanda che ci siamo fatti in apertura di questo paragrafo: quanto valgono i dati? Poco, il valore si genera nel momento in cui, organizzati e classificati, riescono a far emergere informazione. I dati sono infatti il presupposto per progettare l’informazione, la materia per dare forma e produrre significato.

Le immagini come mappe

“By visualizing information, we turn it into a landscape that you can explore with your eyes, a sort of information map. And when you’re lost in information, an information map is kind of useful.” David McCandless, designer, direttore creativo, nonchè fondatore di Information Is Beautiful.

McCandless ci introduce allo step successivo: la modalità di rappresentazione dell’informazione, e quindi dei dati strutturati e organizzati. Utilizzare strumenti visivi e, perché no, anche accattivanti ha infatti i suoi vantaggi.

Lo sono le necessità reali di comprensione e filtraggio di ciò che la rapida evoluzione delle tecnologie ci mette a disposizione, lasciandoci libera scelta nel subire passivamente o prendere il controllo. Bisogno tanto concreto quanto comune. Governo, finanza, marketing, storia, industrie di servizi, istruzione, sport, enti, aziende private. E sicuramente ne abbiamo citato solo una piccola parte.

Rappresentazione, cultura, memoria

Riprendiamo le parole di un post di Tableau: “Our eyes are drawn to colors and patterns. We can quickly identify red from blue, square from circle. Our culture is visual, including everything from art and advertisements to TV and movies. Data visualization is another form of visual art that grabs our interest and keeps our eyes on the message”.

Come non essere d’accordo. La nostra storia, i nostri ricordi, sono costituiti da frammenti di immagini e rappresentazioni, vissute in prima persona o evocate da racconti. Senza dilungarci sui vari meccanismi di percezione – dove l’occhio umano lavora secondo criteri di somiglianza, relazione e sistemi – le scienze e arti della visualizzazione sfruttano la forma più primitiva di comunicazione per elaborare messaggi.

Di modalità con cui trasmettere un’informazione attraverso elementi visuali ce ne sono di tutti tipi e gusti. Da quelle più classiche e storiche, come grafici e mappe, a quelli più moderni dove l’interattività e il real-time giocano un ruolo chiave.

Information Visualization o Visual Storytelling? L’elemento narrativo

Dato per certo che la comunicazione visiva – o se si preferisce il termine inglese, Visual Communication – ha una rilevanza fondamentale nella nostra epoca, rimane da capire con quale approccio intraprenderla. A questo punto, sono gli obiettivi a guidare. A seconda di questi ultimi e del tipo di messaggio che si intende trasmettere, ci sono due possibilità.

Un primo approccio è quello dell’Information Visualization. In questo caso, l’informazione strutturata viene messa a disposizione del lettore/utente che sarà libero di trarre le sue conclusioni e osservazioni.

Altra possibilità è quella del Visual Storytelling. Qui, la comunicazione visiva è utilizzata e strutturata in modo da creare narrazioni visive. L’intenzione è quella di trasmettere un messaggio preciso, per cui il lettore/utente sarà guidato all’interno di una narrazione.

A fare da elemento discriminante fra le due possibili strade è proprio l’elemento narrativo. Nel Visual Storytelling l’informazione è contestualizzata e personalizzata, e caricata di senso per il lettore riuscendo a suscitare il suo interesse.  

Qualche parola su economia e processo: Data Driven Economy e Data Design Thinking

La vasta e crescente accessibilità a quest’infinita mole di dati non ha solo aggiunto valore e importanza alle scienze visive, ma ha persino portato alla nascita di una sua propria economia.

Stiamo parlando della Data-Driven Economy, un’economia generata da un tipo di conoscenza fondata sulla capacità di utilizzare al meglio la quantità di informazioni che, ogni giorno, circolano all’interno e al di fuori di ogni organizzazione.

Essa si fonda su una nuova cultura quella del dato – maturata dalla permeabilità delle tecnologie, dove consapevolezza e controllo sono considerati parametri indispensabili per la gestione. Ma la storia ci insegna anche un’altra cosa: se c’è una cultura, se c’è un’economia, è probabile che ci sia anche un nuovo metodo di pensare.

Data Design Thinking

Si chiama così il processo decisionale basato sull’impiego dei dati. Si tratta di un processo volto a estrarre valore dai dati e composto da quattro momenti specifici: explore, invent, concept e test. (fonte: linkeddata.center)

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Schema del Data Design Thinking realizzato dalla start up linkeddata.center.

A maggio di quest’anno, a Roma si è tenuto l’appuntamento annuale Data Driven Innovation, la più grande conferenza italiana sul ruolo dei dati nell’innovazione, dove data scientist e specialisti hanno raccontato come la cultura dei dati stia impattando e cambiando la nostra società (se vuoi saperne di più, clicca qui per vedere le slide della conferenza e qui per i video).

Continueremo a parlare di Data Design nei prossimi articoli approfondendone aspetti diversi, abbracciando i possibili orizzonti di business, illustrando casi di eccellenza e molto, molto altro.

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