La transizione all’economia digitale su scala globale non è ancora conclusa. E se per vederne la punta avanzata un tempo era sufficiente guardare alla Silicon Valley, oggi non è più così. Il mondo digitale è diventato multipolare. Le trasformazioni di mercati, processi ed esperienze impattano sempre di più su aree del pianeta diverse dagli Stati Uniti. In primo luogo sulla Cina e l’Asia, ma in misura significativa anche sull’Africa e su alcuni paesi del Vecchio Continente. C’è il caso dell’India, dove è tutto un fiorire di investimenti e di startup innovative nel settore dell’e-commerce (fatto ancora più sorprendente, se si considera che il 90% delle transazioni monetarie in India è effettuato in contanti e che quindi il modello di e-commerce prevalente è quello cash-on-delivery). Ma è il caso anche di Jumia, la piattaforma di commercio elettronico nigeriana che ha già conquistato il mercato di undici paesi africani. O quello di Namshi, sorta di omologo di Amazon in Medio Oriente.

Un quadro a macchia di leopardo, insomma, che la Fletcher School della Tufts University ha cercato di descrivere attraverso l’elaborazione di un indice sintetico. Si tratta del DEI (Digital Evolution Index), composto tenendo conto di quattro tipologie di fattori: offerta (ovvero accesso e completezza dei servizi, solidità delle infrastrutture ecc.), domanda (atteggiamento dei consumatori e loro competenza digitale), innovazione (qualità dell’ambiente imprenditoriale, tecnologico e finanziario), istituzioni (ruolo nella promozione dell’ecosistema digitale). Con il DEI i ricercatori hanno classificato 50 paesi di tutto il mondo, scelti perché ospitano la maggior parte dei 3 miliardi di utenti Internet e perché da essi proverrà il prossimo miliardo di utenti.

I paesi sono stati classificati in quattro tipologie: stand out (paesi che hanno segnato alti livelli di sviluppo in passato e continuano a crescere oggi), stall out (paesi cresciuti molto fino a ieri, ma a rischio di arretramento), break out (paesi ad alto potenziale, che si stanno muovendo verso lo sviluppo del digitale partendo da posizioni arretrate), watch out (paesi che si sono mossi poco in passato e continuano a procedere lentamente oggi).

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E proprio in quest’ultima categoria è stata inserita l’Italia, la quale – fra  le 50 realtà analizzate – occupa la 38a posizione. Un dato, questo, per certi versi sconfortante. Ancora più impressionante è il punteggio che l’Italia si porta a casa in relazione al solo parametro “istituzioni ed ecosistema digitale”: il più basso in assoluto, dietro a paesi come Grecia, Russia, Messico e Nigeria. Ma, al di là del posto in classifica registrato dal singolo paese, appare interessante notare il posizionamento nella mappa del DEI per grandi aree del mondo: l’Asia Orientale risulta quasi tutta nel quadrante stand out, il Sud-Est Asiatico in quello break out, Nord e Centro Europa in quello stall out, Sud ed Est Europa in quello watch out.

Per approfondire, è possibile consultare il rapporto Digital Planet: Readying for the Rise of the e-Consumer, disponibile qui.