Fare startup in Italia. Parla Fausta Pavesio, business angel of the Year 2015: «serve un ecosistema intelligente, per fare crescere in modo coerente e scalare rapidamente a livello internazionale».

Torniamo a parlare di startup. E lo facciamo ancora una volta con una donna: Fausta Pavesio. Mai avrei pensato di imbattermi in una nativa digitale con più di quarant’anni di lavoro sulle spalle. Quarant’anni di esperienza portati fieramente e con leggerezza. Poi ho incontrato Fausta e allora mi sono dovuto ricredere. Dire che Fausta Pavesio è una donna cazzuta non è certo il modo più opportuno per introdurre l’intervista che mi ha gentilmente concesso. Ma, per quel poco che penso di esser riuscito a conoscerla, credo proprio che sarebbe la prima a concedermi il francesismo. Anche perché, dietro quell’energia tenace e grintosa che irradia positività, e forse un po’ di soggezione, brilla, lontano un miglio, lo spirito di una madre affettuosa. Essendo più o meno coetaneo delle sue figlie, mi assumo il rischio. Confidando, a mia tutela, in qualche riflesso di bontà genitoriale.

Innanzitutto, facciamo presente lo scopo di questa intervista – è bene ricordarlo ogni tanto. Da qualche mese a questa parte portiamo avanti il format Digital Stories, in cui si inserisce anche il presente articolo. Il format è un punto di partenza, un mezzo attraverso cui raccontare ma soprattutto far raccontare ad aziende, influencer e startup innovative dell’ecosistema italiano (ma non solo) la cultura dell’innovazione e del fare impresa nel quadro della digital transformation e della quarta rivoluzione industriale. Perché?

È la stessa Fausta a risponderci, indirettamente ma intercettando quasi profeticamente la nostra mission. Alla domanda «come si crea un buon ecosistema Italia?», ribatte: «facendo parlare la gente». È esattamente questo che ci siamo proposti: far parlare ma soprattutto far comunicare tra loro i principali attori, coloro che sono o saranno i protagonisti di questo ecosistema, affinché imparino a conoscersi e a farsi conoscere. In un momento storico e culturale in cui diventa ogni giorno più indispensabile  il ‘farsi rete’, Digital Stories è uno dei tanti modi in cui Spindox si impegna a contribuire a tessere un network di relazioni sinergiche e di mutua profittabilità, in senso economico e sociale.

Ma, per chi non la conosce, chi è Fausta Pavesio?

Fausta Pavesio, nominata Business Angel of the Year 2015, è senior advisor di Appian Corporation, independent director dello spazio di co-working Talent Garden Milano, membro del consiglio direttivo di Italia Startup e membro del consiglio d’amministrazione di Satispay. Più molte altre cose. Secondo EU Startups è una fra le 50 donne più influenti d’Europa in ambito startup e venture capital.

Torinese – ma, ahimè, purtroppo juventina (nessuno è perfetto) – si laurea in Scienze dell’Informazione, una novità assoluta all’epoca. «Quando mi sono immatricolata, i primissimi iscritti erano solo al terz’anno». Fausta inizia quindi a masticare innovazione e a occuparsi di tecnologia in tempi ancora non sospetti. Dopo gli studi – «quest’anno faccio quarant’anni dalla laurea» – la prima esperienza lavorativa. In FIAT, da buona torinese. «Non lavoravo ai sistemi, ma sull’organizzazione; mi sono infatti sempre occupata di tecnologia non fine a sé stessa ma come supporto per l’innovazione dei processi.»

È l’inizio di una lunga carriera nell’ambito della consulenza manageriale strategica. «All’epoca si chiamava process improvement, process innovation, people technology organization», ossia «aiutare le aziende ad essere più efficaci ed efficienti grazie al supporto della tecnologia come abilitatore di innovazione.» Per fare qualche nome: Ernst & Young e Value Partners sono alcune delle organizzazioni cui Fausta ha apportato il suo contributo.

La stagione di Appian

E dopo? «Dopo, ossia dieci anni fa, ho deciso di cambiare. Allora ero in Value Partners. Ho lasciato per una questione strategica, ma anche perché avevo bisogno di rinnovarmi. Ho lasciato, quindi, e mi sono messa a fare scouting di nuove tecnologie. Così ho scoperto Appian. Ho anche iniziato a lavorare nell’ambito delle startup.»

Appian è una piattaforma low-code, quindi con basso utilizzo di sviluppo di codice, che abilita l’innovazione di processo. «Abbiamo importato questa tecnologia in Italia sei anni fa, nel 2011, prima attraverso una nostra azienda che rivendeva tecnologie – gli americani infatti all’inizio non volevano investire in Italia. Finché, due anni fa, abbiamo lanciato il branch italiano della società americana. In questo momento Appian si posiziona come un abilitatore della digital transformation, tra i leader di mercato se si considera l’ultimo Forrester Wave sui DPA (digital process automation software – Q3 2017). L’ambito è quello della robot automation: «Appian è sempre stata una tecnologia che partiva dall’interazione uomo-macchina, ma non in una prospettiva di sostituzione al lavoro umano quanto piuttosto di facilitazione.»

E quella di business angel

«Sono diventata business angel un po’ per caso, anche se, in un certo senso, mi sono sempre occupata di queste cose. In Value Partners, per esempio, creammo The Golden Mouse, un fondo dedicato a startup tecnologiche. Recentemente invece sto facendo da mentor a un’iniziativa portata avanti da Ambrosetti per conto di QVC: QVC Next Lab, progetto a sostegno dell’imprenditoria femminile. Stiamo seguendo  dodici startup di donne. Il ruolo del business angel, infatti, non è solo quello di investire danaro ma anche, e soprattutto, di dare concretamente una mano nello sviluppo di un’azienda».

È esattamente quello che recita la citazione del profilo di Fausta sulla pagina del sito di Italia Startup dedicata ai membri del Consiglio Direttivo: «l’Italia ha bisogno di giovani che abbiano la visione, la volontà e la determinazione per creare le nuove imprese di domani: il nostro ruolo è quello di supportarli nell’execution, facilitandone l’accesso a finanza, partner e mentor per accelerarne la crescita».

Startup, allora, ma non solo. La Fausta business angel è molto di più. «Sto lavorando tanto anche a livello associativo per portare più donne a fare le business angel. Ho scritto un pezzo a riguardo: Perché una donna dovrebbe investire in Startup. Sono inoltre nell’advisory board di un progetto della comunità europea che si chiama ‘Woman business angel for Europe’s enterpreneurs (WA4E), in Italia portato avanti da IBAN. L’obiettivo è creare un ecosistema che aiuti le donne a farsi promotrici e fautrici dell’imprenditorialità». Società gretta e maschilista? «Ti dico solo che un paio di giorni fa – luglio 2017 – Mattel ha lanciato una nuova barbie Interim CEO – visto che il CEO vero lo può fare solo un uomo…». Se volete farvi due risate per sdrammatizzare, leggetevi questo breve pezzo.

Non è solo una questione di maschilismo

Chiediamo a Fausta: in che cosa l’ecosistema italiano è deficitario rispetto alle altre realtà? «In tutto. Il primo problema dell’ecosistema italiano è che non è un vero ecosistema: ci sono più incubatori che startup – e ciascuno tira acqua al suo mulino. Gli investimenti, poi, sono troppo esigui. Non mi riferisco a USA o Cina: 150 milioni in Italia contro i 2,7 miliardi in Francia. Qui il 29 giugno il presidente Macron ha inaugurato Station F, il più grande incubatore d’europa;  uno spazio in cui coesistono più di mille startup a fianco di aziende multinazionali del calibro di Facebook, Microsoft, Vente-Privee, Amazon Web Services e Zendesk. C’è poco da tergiversare: o riusciamo a diventare ecosistema o non andiamo da nessuna parte.»

Far parlare la gente

Ma come si crea un buon ecosistema Italia? «Facendo parlare la gente. È un problema culturale, di protagonismo. Mi spiego – e ripeto: invece di avere un unico incubatore ce ne sono tantissimi, in competizione l’uno con l’altro. Questa pletora di piccoli incubatori e parchi scientifici e tecnologici genera frammentazione, risultando più un ostacolo che una facilitazione. Il problema è che non siamo la Cina o gli Stati Uniti. Poi c’è il discorso che in Italia piccolo è bello. No. In questo particolare momento storico di mercato e di sviluppo poter scalare velocemente a livello internazionale è un fattore vincente. Quindi piccolo non è bello. Dal punto di vista del business angel, dell’investitore, non ho alcun interesse a investire su una realtà che rimane locale: se devi mettere dei soldi su un’iniziativa, li metti su un’iniziativa che ha la possibilità di scalare. Prendete la Svezia: in un paese con una popolazione di poco più di 9 milioni di abitanti qualsiasi business deve per forza di cose guardare oltre confine. Pensare in grande fin dal principio è fondamentale per il successo di un’impresa.»

L’ora delle startup serie

Gli italiani sono molto bravi a fare piccole imprese… «E non è sbagliato, perché non tutti devono diventare facebook. Tuttavia un conto è fare impresa tradizionale, un conto è fare una startup seria che diventi poi un’impresa globale. Iniziare un’attività imprenditoriale non significa automaticamente avviare una startup.»

Che cosa intendi per startup seria? «Una startup seria deve avere quattro caratteristiche fondamentali. Deve essere game changing: ti cambia le regole di un mercato, di un prodotto, inventando un nuovo modello di business. Deve possedere un asset tecnologico importante – quindi una barriera d’ingresso importante; deve avere una dimensione internazionale e un team stra-forte, ben integrato dal punto di vista delle competenze, che significa che poi è in grado di procedere speditamente nell’execution. Contrariamente a quanto si crede infatti, ciò che conta è l’execution, non il business plan – sai quanti ne ho visti nella mia carriera: ti cambiano non dico da un giorno all’altro ma quasi. Il business plan non è né deve essere la Bibbia. Il rischio è che si crei subito un hype fatto di marketing e riconoscimenti, più o meno prestigiosi. Poi però, a livello di execution, la sostanza rimane ben poca. Da qui la tanto lamentata carenza di investimenti, che secondo me non è solo un problema di soldi – in Italia ce ne son tantissimi.»

La exit: un altro mito

«L’investimento in startup non è né deve o può essere propriamente un investimento speculativo: metto diecimila euro sperando che l’anno successivo me ne tornino indietro ventimila. È un processo che si svolge nel corso di 5,6,7 anni e solo allora, se ti va bene, vedi un ritorno. Da questo punto di vista c’è ancora tanta education da fare. Bisognerebbe poi creare dei fondi seri, con una politica di investimento precisa per riuscire a convogliare gli investitori su iniziative che permettano di diversificare il rischio. Ritorniamo al discorso dell’ecosistema: se ci sono idee buone il capitale lo trovi. Quello che manca è una spinta molto più forte dal pubblico. In Francia, per esempio, gli investimenti privati, specialmente all’inizio, vengono trainati da veicoli che hanno una componente pubblica molto importante. Qua abbiamo il Fondo Italiano, la Cassa Depositi e Prestiti che cercano di aiutare a far partire dei fondi ma ti mettono, al massimo, il 20%. A loro volta alcuni fondi a base pubblica non riescono a decollare perché manca un’affluenza sufficiente di privati. È un cane che si morde la coda.”

Crescere con l’1% o stagnare con il 51?

Beh, se il tuo obiettivo è crescere, io preferirei avere l’1% di una cosa grande piuttosto che il 90% di una cosa piccola. «Esatto! È un altro dei problemi legati alle manie di protagonismo tipiche della nostra cultura, per cui mantenere la maggioranza diventa quasi una questione di orgoglio. Ma, ripeto, se volete crescere velocemente, scordatevi il 51%. Funziona, generalmente, così. Siatene consapevoli.»

Parli di problemi culturali. Dunque bisogna investire in formazione. «Dal punto di vista dell’education, della formazione, bisogna investire già a partire dai bambini dell’asilo. Considerate questo dato. Non ricordo la fonte ma c’è uno studio che è arrivato a concludere che il 70% dei bambini che sono a scuola farà un lavoro che oggi neanche esiste.

D’altra parte invece, non è per esser caustici, ma non ha poi tanto senso convertire e digitalizzare tutti gli ottantenni. Mio padre ha 94 anni ed è digitale per interposta persona  – chiede a me di fare le cose che lui non è in grado di fare. Per maturare una nuova visione culturale comunque serve tempo e serve, soprattutto, un confronto aperto e senza pregiudizi che guardi oltre la nicchia o l’orticello a confini nazionali. In questo gli immigrati sono una risorsa preziosissima. Non è un caso se al MIT (Massachusetts Institute of Technology) la diversity viene posta, istituzionalmente, come come base dell’arricchimento e dello sviluppo di una persona.»

Il problema della burocrazia

In Italia si fatica a fare impresa. Sono ancora troppi gli oneri burocratici. «Anche qui ti racconto un breve aneddoto. Anzi due. Il primo: Maternity as a Master. È un programma, unico al mondo, concepito per liberare e valorizzare il potenziale formativo della maternità. Le aziende infatti dovrebbero investire sulla maternità invece di considerarla una sorta di malattia. Ebbene, all’inizio, quando venne presentato il progetto, gli ideatori del programma dovettero scontrarsi con il no dei sindacati che si erano opposti perché pensavano che, in questo modo, le neo mamme avrebbero dovuto lavorare anche da casa, anche in maternità – quando invece stavi semplicemente dando loro l’occasione di sfruttare al meglio quel periodo e di arricchirsi professionalmente anche in quel delicato contesto, con chiari benefici per il lavoratore e per l’azienda.»

E il secondo aneddoto? «Si tratta di un progetto mio e di un’amica per un sistema di mobilità innovativo. Avevamo individuato l’ape calessino  – un guidatore, tre posti dietro. Il business plan prevedeva che questi ape circolassero all’interno della cerchia dei navigli dalle sette del mattino fino alle undici di sera. Chi aveva bisogno di un passaggio poteva prenotare una corsa: sali e scendi al volo, un flusso di trasporto continuo, dinamico, perfettamente integrato all’interno della frenetica mobilità meneghina. Avevamo addirittura contattato la Piaggio, con cui ci eravamo messi d’accordo per prendere i veicoli in leasing: insomma, tutto funzionava a meraviglia.»

E poi? «Niente, siccome il veicolo non era normato – non è un taxi, non è un’auto senza conducente – non abbiamo ottenuto i permessi, non siamo potuti andare oltre la mera fase concettuale. Il progetto, per assurdo che sia, è stato troncato sul nascere e non ha mai visto la luce.»