Quando l’esperienza del giornalismo si coniuga con l’intraprendenza degli startupper digitali nasce Flexworking. Digital office, incubatore, comunità attivissima sempre in cerca di nuovi professionisti con cui collaborare.

Milano, zona Piazza san Babila, via Cerva. Qui, nel cuore storico della città meneghina, affacciata su un cortile silenzioso, ha la sua sede Flexworking, piccola fucina di creatività e innovazione.

Il colore verde acceso dà energia, ma le sedie della sala riunioni invitano a trascorrere l’attesa in relax. La copia pregiata della Divina Commedia che si erge su uno scaffale accanto alla password del wifi dovrebbe lasciare intendere il carattere del fondatore della startup.

Lui – il fondatore – è Filippo Piervittori. Il quale ci raggiunge nella sala, si scusa del trascurabile ritardo e inizia a rispondere alle domande parlando a lungo. Il perché lo dichiara subito: «Io e i membri storici del mio team siamo tutti ex giornalisti.»

La crisi del giornalismo nell’era digitale

Piervittori nasce a Perugia ed fa il suo esordio nel mondo del giornalismo ad appena 18 anni, come tanti altri giovani in cerca di un ambiente di lavoro stimolante, dinamico e creativo. Poi la laurea in Scienze Politiche e le collaborazioni con testate televisive e cartacee, locali, satellitari e nazionali. Una lunga gavetta coronata dall’ingresso nell’Ordine dei Giornalisti in concomitanza con l’inizio del nuovo millennio.

Ironia della sorte, proprio in quel settore la rivoluzione digitale si sarebbe abbattuta con la ferocia maggiore, decimando il numero di copie vendute e il valore degli inserti pubblicitari.

La sopravvivenza dipendeva dalla capacità di adattamento: «Il mio interesse per la tecnologia è stato un fattore determinante» ammette Filippo. «Al lavoro in redazione ho sempre affiancato la collaborazione con i team di sviluppo, ricoprendo anche incarichi nella creazione e nella cura della presenza digitale di varie testate in cui ho lavorato.»

Poi la prima esperienza da imprenditore, nel 2001, quando fonda una società di consulenza editoriale digitale che offre sistemi di pubblicazione in tempo reale basati su piattaforme Linux. Il passo successivo è stato lanciarsi nell’editoria online, fondando varie testate, tra cui Rumors.it.

«All’alba dell’editoria digitale identificai nella comunicazione dell’intrattenimento e dello spettacolo il settore più adatto a quei nuovi canali. Sia per i volumi di traffico, sia per il tipo di linguaggio, sia per la dinamicità degli aggiornamenti. La conferma del valore dell’idea è stata la collaborazione con Yahoo e Microsoft, società per cui abbiamo prodotto contenuti per anni.»

Eppure il giornalismo poteva dare ancora più valore all’imprenditoria digitale. Non solo lo storytelling e la necessità di essere aggiornati sulle innovazioni, ma anche l’atmosfera della newsroom, col suo brulicare di persone diverse, che interagiscono e collaborano tra loro quotidianamente.

Questo – in nuce – il concept di quello che sarebbe stato Flexworking: un luogo che fungesse da redazione per i siti di informazione diretti da FIlippo, ma anche uno spazio aperto a professionisti esterni.

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Tecnologia e immediatezza

In due parole lo si potrebbe riassumere un incrocio tra un co-working e un incubatore. Ma il tutto è più della somma delle parti, Filippo lo crede profondamente e nel raccontare il suo progetto è un fiume in piena. Elenca in ordine sparso una serie di caratteristiche:

  • La posizione: scegliere di aprirlo nel pieno centro di Milano è in totale controtendenza con tanti altri coworking, conficcati nelle periferie e lì lasciati, come cattedrali nel deserto.
  • Le dimensioni: essendo ridotte aumentano la densità delle attività che vi si svolgono, contribuendo a creare un clima familiare, intimo e vivace.
  • L’elasticità: si può prenotare una postazione anche solo per un giorno o per un’ora, una soluzione eccellente per chi cerca un appoggio di emergenza.
  • La logica economica: non rappresenta un mero investimento immobiliare. La gestione non si limita a offrire servizi per riscuotere affitti ma crea un legame con i suoi ospiti e tra i suoi ospiti, che spesso lavorano insieme.
  • L’immediatezza: Flexworking è un digital office. Un appellativo che si è guadagnato grazie alla consulenza di NOA – azienda italiana parte del colosso Ricoh – che ha progettato lo spazio con l’intenzione di rendere ogni servizio immediatamente fruibile sin dal momento dell’ingresso.

E qui approfondisce con passione: «Non c’è necessità di spiegazioni o passaggio di password, così le perdite di tempo sono ridotte al minimo, una caratteristica fondamentale per il centro di una città attiva come Milano. Tutti gli elementi dell’ufficio – dai distributori automatici alle LIM– sono attivabili con dei qr code, tutti i software a disposizione sono su cloud – quindi disponibili immediatamente – e tutte le connessioni sono col wifi, per ridurre al massimo la presenza di cavi.»

La fauna di un coworking

Flexworking è pensato per chi si vuole lanciare sul mercato milanese senza avere le spalle abbastanza forti per potersi permettere una sede stabile – o per chi non ne ha la necessità. Molti ospiti sono freelance o startup, categorie mobili per natura che spesso operano a cavallo tra Milano ed altre città d’Italia, quindi nel corso della settimana non è strano vedere cambiare ogni giorno i propri vicini di scrivania.

D’altronde anche la popolazione dei coworker fissi è molto varia: event manager, uffici stampa, videomaker, social media manager, persino un’agenzia immobiliare.

E poi l’APCO, l’Associazione Italiana Consulenti di Management, che ha scelto lo spazio per tenere eventi e fare formazione. O l’Ordine degli Avvocati, i cui membri vengono a seguire dei corsi di aggiornamento sulla comunicazione legale nel mondo digital.

Filippo, da vero giornalista-imprenditore, è sul pezzo: «Da gennaio 2016 le modifiche al Codice Deontologico Forense hanno permesso agli iscritti all’Ordine di promuoversi sul web, quindi molti avvocati o studi legali ci chiedono di curare i loro profili social. Una comunicazione che va fatta con cura e professionalità, prestando molta attenzione alle novità legislative.»

L’allusione è al GDPR, entrato in vigore il 25 maggio 2018, che ha spinto tantissime società ad aggiornare i loro sistemi di sicurezza in tempi record per poter rispondere ai nuovi requisiti richiesti dall’Unione Europea. Innovazioni che toccano contemporaneamente più categorie professionali: il mondo degli avvocati, degli sviluppatori dei siti, dei consulenti di management.

Un incubatore di collaborazioni

La caratteristica principale che Filippo e il suo team si sono portati dietro dal mondo del giornalismo è la capacità di fare networking: «L’implicita curiosità che hanno i giornalisti ci porta a vedere la notizia dietro il fatto. Noi cerchiamo continuamente nuove prospettive nelle idee che ci portano gli startupper, in modo da suggerire loro nuovi modelli di business.»

Il loro valore aggiunto viene dalla capacità di interpretare la realtà e come imprenditori digitali. Ecco lo spirito della rivoluzione digitale, la voglia di fare innovazione.

Filippo cita il caso di una insegnante di kickboxing con un passato televisivo che, incontrando i videomaker e l’ufficio stampa, ha sviluppato un progetto mediatico originale.

Lo stesso team di videomaker è un altro caso di successo, avendo avuto l’opportunità di collaborare con tutte le altre figure presenti nello spazio. Ma anche tra i social media manager, la società di organizzazione eventi e l’ufficio stampa presenti nell’ufficio, le collaborazioni sorgono spontanee.

«Ovviamente non tutti possono collaborare con tutti, altrimenti sarebbe una comune» dice Filippo sorridendo. «Ma se si vuole costruire relazioni in modo metodico si può partecipare al gruppo di AperiJob, la startup torinese che ha fatto degli incontri di networking un format, ospitata regolarmente in Flexworking.»

Chiudo con uno scontatissimo: progetti per il futuro?

«Non vogliamo fare un franchising. Vogliamo ampliare il network, ma per delle ragioni che vadano oltre il solo desiderio di far fruttare economicamente uno spazio. Vorremmo trovare altre persone intraprendentiu come noi, che facciano sbarcare Flexworking in altre città e creare luoghi vivi, di networking e di scambio di idee»