Per Giorgia Lupi i dati raccontano la vita. A Meet the Media Guru l’information designer parla del Data Humanism, di small data e serendipità.

L’incontro Meet the Media Guru con Giorgia Lupi inizia con la sensazione di trovarsi di fronte a un personaggio di Wes Anderson o Jonathan Safran Foer.

Minuta, occhi azzurri, capelli cortissimi color rame, esordisce: «Da bambina amavo raccogliere e organizzare ogni genere di oggetti in bustine di plastica che poi etichettavo con cura maniacale».

Giorgia Lupi è un’information designer e artista italiana di stanza a New York per conto di Accurat, la società di data analysis e data design di cui è co-fondatrice.

La sfida di Accurat è riuscire a dare un senso alla quantità oceanica di dati prodotti quotidianamente, considerandoli come una narrazione quantitativa della vita umana. Una posizione riassunta nel Data Humanism Manifesto, che si prefigge di mettere in discussione l’impersonalità di un approccio meramente tecnologico ai dati, spesso assurti a detentori di verità infallibili riguardo il nostro futuro.

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La chiave del cambiamento è il data design, che, rappresentando i dati, conferisce una forma a questa narrazione. Avendo così il potere di rendere comprensibile la realtà, contribuisce attivamente a crearla.

Ma se la realtà è complessa, allora anche la sua rappresentazione deve esserlo. E dunque evitare le forme abusate, rifiutando la semplificazione e ricercando l’originalità, diventa una missione. Istogrammi e grafici a torta sono lasciati alle spalle, intraprendendo una strada che porta al confine con il mondo dell’arte.

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I dati definiscono la forma della loro rappresentazione

Per capire di cosa stiamo parlando basta dare un’occhiata ai grafici che Accurat ha prodotto tra il 2012 e il 2014 per “La Lettura”, l’inserto culturale del Corriere della Sera. Le quaranta analisi realizzate nell’arco dei due anni sono presentate con visual accattivanti e originali, che facilitano la fruizione del lettore.

Per dirla con le parole di Giorgia: «Credo che ci sia un vero valore nel progettare delle rappresentazioni che siano specifiche per il contenuto con cui si lavora: più dati sono prodotti, più dobbiamo sperimentare nuovi linguaggi che superino le convenzioni, in grado di cogliere la profonda varietà dei dati con cui lavoriamo».

Tra i tanti esempi di applicazione umanistica dei dati il più affascinante è senza dubbio Dear Data.

Tutto inizia quando Giorgia Lupi incontra Stefanie Posavec, un’altra designer con il pallino dei dati. Le due entrano immediatamente in sintonia e decidono di raccontarsi le loro vite quotidiane per corrispondenza, usando i dati come unica forma di comunicazione.

Cominciano quindi a spedirsi delle cartoline con un grafico disegnato a mano da un lato e la relativa legenda sul retro, impegnandosi a farlo tutti i weekend. La prima lettera spedita conteneva il numero di volte che si era guardato l’orologio nell’arco della settimana, specificandone anche il motivo.

La terza settimana si è registrato quante volte si è detto grazie e a chi. La settima le due designer hanno usato le note musicali per catalogare le lamentele a cui si sono lasciate andare e quale fosse il motivo. Un’altra volta hanno iniziato a sorridere agli estranei appuntando le loro reazioni.

E così via per dodici mesi, in un processo che si è trasformato in una specie di diario personale a quattro mani.

«Per un anno ho lavorato sull’aspetto più vulnerabile di me: le mie pecche, i miei vizi – quante volte ho bevuto alcolici, quante parolacce ho detto, quanti pensieri negativi. Immaginate: appena dicevo la parolaccia la dovevo scrivere e categorizzare immediatamente. Quando l’ho detta ero arrabbiata? Triste? Delusa? È un sistema che costringe a fare caso al proprio comportamento, a che pensieri hai. In questo modo ho scoperto un sacco di cose su di me. Per esempio che avevo tantissimi vestiti che non usavo mai…»

Le cartoline sono poi entrate a far parte dell’esposizione permanente del MoMA, mentre l’intera storia del progetto è raccontata nel libro omonimo.

Modi alternativi di rappresentare i dati

Ottava settimana di Dear Data: quante volte si è guardato il cellulare e perché

In un’altra occasione i dati sono stati usati come mezzo per intervenire sulla realtà, incoraggiando un comportamento specifico.

La partecipazione di Giorgia a un TED è stata l’occasione per inventare i data portraits, composizioni di linee, colori e forme che traducevano in modo semplice alcune abitudini raccolte in un breve questionario individuale proposto agli astanti. Queste immagini personalizzate venivano poi stampate su spille e consegnate agli spettatori a cui si riferivano, creando uno strumento per riconoscere a colpo d’occhio similitudini e differenze tra i presenti. L’obiettivo era creare un pretesto per incoraggiarli a rompere il ghiaccio e quindi stimolare al dialogo.

Come nasce un data portait

Data Portrait disegnato a mano

Design, storytelling e arte si confondono definitivamente nella collaborazione con la musicista Kaki King.

In questo caso i dati raccolti riguardavano i movimenti delle dita sulle corde della chitarra nell’arco di tempo di una esibizione, suddivisi in base alla corda pizzicata e alla mano. Al termine del processo si è ottenuta una sorta di radiografia dettagliata della tecnica utilizzata dalla King, raffigurata in un grafico che potrebbe essere un nuovo tipo di partitura musicale. O l’illustrazione di un manuale di botanica.

Sembrano dei fiori ma non lo sono

L’esecuzione musicale di Kaki King o dei fiori di campo?

Muoversi in un ambito in cui la scienza dei dati sfuma nell’arte grafica non sembra preoccupare Giorgia. Anzi, la Lupi si augura che i confini delle attività dell’information design non siano definiti in modo troppo rigido, per garantire maggiore libertà di azione e creatività:

«I dati possono essere caldi, belli, umani. Possono creare connessioni e favorire esperienze piene di significato, se cambiamo il modo in cui ci rapportiamo con loro. E più i dati diventano pervasivi, più il nostro compito e la nostra responsabilità diventano assicurarsi che le nostre vite e il loro contesto siano incorporati fedelmente in questi numeri.

«Parlare dei dati significa parlare delle loro qualità intime, dei loro aspetti soggettivi, imperfetti, persino di serendipità. Significa immaginare un passaggio dal data driven design ai design driven data, in cui i dati sono più legati alla parola “persona” che alla parola “numero”. Significa immaginare un futuro in cui i dati non saranno usati solo per diventare più efficienti, ma ci aiuteranno a diventare più umani».