I robot sanno fare troppe cose meglio di noi e ci rubano il lavoro. La risposta? Riconoscere ciò che ci rende umani e allearsi con le macchine. Contro ogni tentazione luddista.

L’espressione stupita e umiliata di Timo Boll, campione mondiale di tennis da tavolo, sconfitto sul suo stesso terreno da KR Agilus, velocissimo robot a sei assi della tedesca Kuka, dice tutto. Ci vedi, in quell’espressione, la rappresentazione plastica dell’inquietudine che attraversa ciascuno di noi, nel momento in cui scopriamo di essere meno bravi di una macchina nell’esecuzione del nostro lavoro. Meno bravi significa meno precisi, meno veloci e dunque meno efficienti.

Quella dei robot che ci rubano il lavoro sta diventando l’angoscia collettiva dei nostri giorni. Un incubo alimentato da previsioni e ricerche spesso sconfortanti. Già due anni fa Forrester stimava che entro il 2021 robot e agenti intelligenti avrebbero eliminato il 6% dei posti di lavoro negli Stati Uniti, con un impatto su circa 9 milioni di lavoratori. Tre anni prima, nel 2013, uno studio fra i più seri e approfonditi, quello di Carl Benedikt Frey e Michael Osborne, formulava previsioni ancora più catastrofiche: circa il 47% dei posti di lavoro negli USA appariva a rischio (The future of employment: how susceptible are jobs to computerization?). Per Frey e Osborne l’impatto si concentrerà sulle professioni a basso reddito e basso livello di specializzazione. Si salveranno invece i mestieri basati su forti competenze creative e sociali.

Beati i dentisti e i «terapisti ricreativi»

I due ricercatori di Oxford hanno anche stilato una classifica delle professioni in base al rischio di informatizzazione. Fra i mestieri con più elevata probabilità di sostituzione da parte di software, algoritmi o robot ci sono operatori di call center, revisori contabili, commessi di negozio, scrittori di documentazione tecnica e agenti immobiliari. Al polo opposto si trovano dentisti, «terapisti ricreativi» (chi sono?) e allenatori sportivi.

Si potrebbe obiettare che tali previsioni non trovano riscontro nella dinamica del mercato del lavoro degli Stati Uniti. Questa è molto positiva e dovrebbe continuare ad esserlo anche per tutto il 2019. In altri termini, mentre le fabbriche americane hanno proseguito nel processo di automazione e robotizzazione, il paese nel suo complesso non ha perso posti di lavoro ma ne ha creati di nuovi (si veda il grafico sotto).

Frey e Osborne hanno torto? Il punto è che non è semplice dimostrare la correlazione – né positiva, né inversa – fra innovazione tecnologica e dinamica occupazionale, specie quando si considerano orizzonti temporali di pochi anni. La recente crescita dell’occupazione USA è legata al buon andamento dell’economia, certo. Ma tale buon andamento potrebbe dipendere a sua volta dalle politiche fiscali di Donald Trump e da quelle monetarie della Federal Reserve, più che dalla spinta all’innovazione industriale con conseguente aumento della produttività.

Robot, produttività e occupazione

Anzi, sembra proprio che a venir meno sia il rapporto fra produttività e occupazione. Un rapporto che aveva caratterizzato positivamente le precedenti rivoluzioni industriali, ma non si riscontra in quella informatica, compresi gli sviluppi della cosiddetta Industria 4.0. Grosso modo a partire dall’anno 2000 si è registrata una divaricazione fra le due dimensioni. Si veda, a tale proposito, il grafico qui sotto:

Un altro studio serio e molto citato, quello di Daron Acemoglu e Pascual Restrepo, ci dice che ogni robot aggiuntivo nell’economia statunitense riduce l’occupazione di 5,6 lavoratori, e ogni robot che viene aggiunto alla forza lavoro per 1.000 lavoratori umani fa sì che i salari scendano dallo 0,25 allo 0,5 per cento. Lo stock di robot negli Stati Uniti quadruplicherà entro il 2025, salendo a 5,25 robot in più per mille lavoratori (attualmente negli Stati Uniti ci sono circa 1,75 robot industriali per 1000 lavoratori). Ciò determinerà una riduzione del rapporto occupazione-popolazione di 0,94-1,76 punti percentuali, con un conseguente calo dell’1,3-2,6% della crescita salariale tra il 2015 e il 2025 (Robots and Jobs: Evidence from US Labor Markets, NBER Working Paper 23285, marzo 2017).

Il fronte degli ottimisti

Vi sono peraltro anche studi di tenore più ottimista. È il caso della recente ricerca condotta dal McKinsey Global Institute, che prende in considerazione il contesto di 46 paesi e ipotizza l’evoluzione dello scenario da qui al 2030. Secondo McKinsey la riduzione di posti di lavoro in molti settori sarà ampiamente compensata dagli enormi vantaggi che automazione industriale e rivoluzione digitale comporteranno per l’economia mondiale. Ovviamente la grande sfida consisterà nel riqualificare intere generazioni di lavoratori, permettendo loro di acquisire le competenze necessarie a operare nel nuovo scenario (James Manyika, Susan Lund, Michael Chui, Jacques Bughin, Jonathan Woetzel, Parul Batra, Ryan Ko e Saurabh Sanghvi, What the future of work will mean for jobs, skills, and wages, novembre 2017).

Al fronte degli ottimisti si iscrivono anche i coreani Kim Young Joon, Kim Kyungsoo e Lee SuKyoung, autori dello studio The rise of technological unemployment and its implications on the future macroeconomic landscape (“Futures”, 87, marzo 2017). La ricerca ha il merito di evidenziare l’importanza delle politiche pubbliche, in special modo nel settore dell’educazione, per controllare il tasso di informatizzazione e facilitare una transizione più agevole verso un’economia robotizzata. Scrivono i tre ricercatori: «Nonostante il futuro apparentemente distopico prefigurato dai numeri, molto probabilmente la sostituzione del lavoro [umano] con le macchine non si realizzerà nel prossimo futuro per una serie di motivi, tra cui la creatività richiesta da molte occupazioni e gli interventi da parte dei governi.»

Politiche pubbliche

Proprio il tema delle politiche pubbliche sembra centrale per definire gli impatti di lungo periodo dell’informatizzazione del lavoro e dell’industria 4.0 sulle dinamiche occupazionali. All’inizio del 2017 il Parlamento europeo ha approvato il report European civil law rules on robotics, primo passo verso una legge europea per regolamentare il settore dell’intelligenza artificiale e della robotica. In esso si legge fra l’altro:

La sostituzione di persone con robot potrebbe tradursi in perdite di posti di lavoro. Grande attenzione dovrebbe essere posta a questo punto, con l’obiettivo di conciliare interessi diversi. Da un punto di vista economico, sembra opportuno sviluppare la robotica in Europa in parallelo con l’aumento degli aiuti alle imprese e con un supporto all’orientamento dei giovani verso una formazione adeguata.

Qui non si salva nessuno (forse)

Si tratta di capire se davvero esistano mestieri esenti da quel rischio di sostituzione cui anche il Parlamento europeo fa riferimento. E, se sì, quali siano. O se non si tratti piuttosto di ragionare in termini di integrazione umano-artificiale, anziché di sostituzione.

Consideriamo, per esempio, l’impressionante evoluzione dei sistemi per la produzione automatica di notizie, impiegati in campo editoriale e a supporto del marketing. Verrebbe da dire che qui non si salva nessuno: neanche i cronisti più carrozzati, con anni di mestiere alle spalle. WordSmith, la piattaforma di Automated Insights di cui abbiamo già parlato in un post a proposito di scrittura e intelligenza artificiale, è in grado di produrre cronache di avvenimenti sportivi o report finanziari virtualmente indistinguibili da quelli redatti da esseri umani (si veda l’esempio qui sotto: il testo A è artificiale, quello B è stato scritto da un cronista). E, quel che è peggio, WordSmith riesce a fare il suo lavoro a una velocità impressionante. Tempi duri per gli aspiranti giornalisti, dunque?

Dipende. La cosiddetta creatività computazionale non va intesa tanto come il prodotto autonomo di robot che operano al di fuori del nostro controllo. È semmai il risultato di un processo nuovo, in cui macchina ed essere umano collaborano. Gli esempi di questa inedita forma di collaborazione sono numerosi e provenienti da diversi campi.

Comportamenti umani potenziati artificialmente

Dopo tutto la scopo della tecnologia non è sempre stato potenziare le nostre capacità naturali? Pensiamo a un’invenzione antica e «scontata», come quella delle lenti ottiche. Senza di esse, chi ha difetti di vista condurrebbe oggi un’esistenza molto faticosa. Grazie agli occhiali possiamo guidare l’auto e andare al cinema nonostante la miopia, e leggere da vicino anche se presbiti.

Oggi una nuova generazione di tecnologie ci permette di accrescere le nostre capacità creative. È il caso delle applicazioni di intelligenza artificiale progettate da Sony a supporto della composizione musicale, ossia un’attività considerata massimamente creativa. Il video qui sotto riproduce un brano composto proprio con tali tecnologie.

Si tratta di Daddy’s Car, parte di un album pubblicato nel 2017. La canzone è composta alla maniera dei Beatles, ma è il risultato della collaborazione fra il musicista francese Benoît Carré (che ha fra l’altro scritto i testi) e alcuni programmi di AI sviluppati su tecnologie Sony nell’ambito del progetto di Flow Machines finanziato dal Consiglio europeo della ricerca. Il processo si è articolato in tre fasi:

  1. creazione di un database contenente 13 mila partiture, denominato LSDB
  2. «assisted lead sheet composition», ovvero composizione della partitura inedita con il supporto di FlowComposer, partendo dai 45 brani dei Beatles disponibili nel LSDB
  3. integrazione con elementi di altri brani, supportata dal sistema Rechord

 

Il cognitive movie trailer di Watson

L’esperienza di Flow Machines ha forti analogie con il progetto realizzato due anni fa da 20th Century Fox e IBM Research in ambito cinematografico. Generalmente per produrre il trailer di un film di pochi minuti occorrono dai 10 ai 30 giorni di lavoro. Come impiegarci solo 24 ore? 20th Century Fox e IBM hanno concepito il primo cognitive movie trailer. Watson, il motore di AI di IBM, è stato educato ad associare differenti emozioni alle scene dei film. Ciò avviene attraverso l’analisi visuale (persone, oggetti e allestimenti), uditiva (musica, tono di voce, rumori ambientali) e compositiva (spazi, inquadrature, luci).

Il lavoro di educazione ha richiesto la visione guidata di centinaia di pellicole, prima che Watson imparasse a «riconoscere» da solo le emozioni associate a ogni scena. Successivamente al sistema è stato chiesto di ricavare dieci spezzoni classificabili come suspense/horror, per un totale di sei minuti, dal film Morgan di Luke Scott (USA 2016). Gli spezzoni candidati da Watson sono stati poi valutati e approvati da operatori umani.

Le coreografie di Daito Manabe

Altro esempio di collaborazione fra robot ed essere umano ad altra intensità creativa è quello delle coreografie progettate con il giapponese Daito Manabe, recentemente ospite a Milano con Meet the Media Guru. Pensiamo al balletto Symmetry, di Mikiko, interpretato dal gruppo Elevenplay nel 2013. Tre danzatrici si muovono nello spazio integrando i propri gesti con quelli di altrettanti bracci robotici, i quali proiettano raggi laser coordinati in tempo reale con quelli delle ballerine.

Un’altra coreografia di questo tipo è Reframe, curata direttamente da Daito Manabe e realizzata con il gruppo Perfume nel 2018.

Dalla danza alla chirurgia, arrivano i cobot

Si potrebbe obiettare che gli esempi fin qui ricordati rimandano a un mondo – quello dell’arte – in cui è fin troppo facile sperimentare: musica, cinema, danza. Ma quando si passa a contesti ben più concreti… beh, allora è un altro paio di maniche. In realtà la collaborazione fra robot ed essere umano è all’opera ovunque. Si considerino i robot progettati da Kuka, la stessa che ha concepito il braccio meccanico in grado di battere il pongista Timo Boll. Per il settore chirurgico-medicale sono stati prodotti automi in grado di collaborare a più livelli con l’essere umano.

Chiamiamoli cobot o co-bot. Secondo il World Robotics Report 2017 dell’International Federation of Robotics (IFR), entro il 2020 nel mondo saranno venduti 1,7 milioni di nuovi robot industriali. Il tasso annuo di crescita composto (CAGR) sarà del +15%, per un totale di 3 milioni di robot operativi nel 2020. I cobot occuperanno un segmento sempre più significativo di questo mercato. Per BIS Research nel 2021 saranno venduti 125 mila robot collaborativi, per valore complessivo di 2 miliardi di dollari.

Restiamo umani

In definitiva, anziché domandarci che cosa i robot saranno in grado di fare al nostro posto, dovremmo chiederci che cosa noi potremmo fare con i robot. E per rispondere a questa domanda dobbiamo tornare ai fondamentali. Ovvero a ciò che è specificamente umano. Toby Walsh, autore del bellissimo Android Dreams: the past, present and future of Artificial Intelligence, ha scritto pochi mesi fa sul Guardian: «Sopravviveranno solo i posti di lavoro che preferiremo lasciare svolgere agli esseri umani. La rivoluzione dell’intelligenza artificiale consisterà allora nel riscoprire le cose che ci rendono umani» (Will robots bring about the end of work?, 1 ottobre 2017).

E l’umanità si misura attraverso quattro dimensioni, che ci rendono un partner insostituibile per i nostri robot:

  • l’empatia (ossia la capacità di porsi nello stato d’animo di un altro individuo);
  • il problem solving creativo (la capacità di trovare soluzioni alternative ai problemi);
  • il pensiero critico (la capacità di giudicare con discernimento, in modo accurato, profondo e coerente, sulla base di evidenze e verifiche empiriche);
  • la responsabilità (la capacità di regolare il proprio comportamento in base alle conseguenze per sé e per gli altri).

Riflettiamoci, invece di impegnarci in frustranti gare di abilità con le macchine.