Nel 2010 la nuvola libera e rivoluzionaria prendeva forma dalla volontà di Rackspace e NASA. A sei anni di distanza quella nuvola continua a crescere e a farsi strada nel mondo del cloud computing. Si tratta di OpenStack, ovviamente.

Abbiamo parlato di OpenStack poco più di un anno fa, quando, incuriositi dall’adesione di Google al progetto, ci siamo interrogati se la decisione costituisse una buona idea per il colosso di Mountain View.

La nuvola rivoluzionaria, definita il progetto open source di maggior successo dopo Linux, prometteva grandi risultati sin dal principio. Scritta in Phyton e rilasciata sotto licenza Apache, è la piattaforma di cloud computing open source.

Il 19 luglio 2010 sul blog ufficiale di OpenStack, Jim Curry, uno dei membri fondatori nonché Senior Vice President & General Manager di Rackspace, annunciava gli impegni in favore dell’“openness” e della libertà di partecipazione, protagoniste indiscusse del progetto. Mr. Curry sosteneva la trasparenza e l’apertura all’intera comunità di tutte le modifiche e i processi. Stesse aspettative per i summit di progettazione organizzati regolarmente per stabilire la roadmap di sviluppo del progetto. L’ambiziosa mission di OpenStack consisteva nella creazione di una piattaforma di cloud computing ubiqua, semplice da implementare e altamente scalabile.

A distanza di sei anni sembrerebbe che questo obiettivo sia stato largamente raggiunto, anche grazie all’interesse suscitato in importanti realtà aziendali. Rispetto allo scorso anno, la nuvola libera infatti è cresciuta. Sono state rilasciate nuove release, l’ultima delle quali cinque mesi fa. Si chiama Mitaka, è la tredicesima in casa OpenStack ed è stata progettata da una vasta comunità internazionale di sviluppatori, operatori e utenti. Permette di migliorare la gestione, la scalabilità e l’esperienza utente, secondo quanto si legge sul sito ufficiale del progetto.

Un modello tra le nuvole

Secondo il National Institute for Standards and Technology (NIST) il cloud computing è un modello che permette, attraverso Internet o infrastrutture private, di abilitare “l’accesso diffuso, agevole e a richiesta, ad un insieme condiviso e configurabile di risorse di elaborazione (ad esempio reti, server, memoria, applicazioni e servizi) che possono essere acquisite e rilasciate rapidamente e con minimo sforzo di gestione o di interazione con il fornitore di servizi”.

Nel 2011 il NIST ha definito le caratteristiche essenziali del modello cloud. Si parlava allora di self-service su richiesta, ampio accesso in rete, condivisione delle risorse, elasticità rapida e servizio misurato. Un utente deve quindi poter acquisire le capacità di calcolo a lui necessarie in maniera autonoma e unilaterale, indipendentemente dalla locazione fisica, attraverso piattaforme eterogenee e senza richiedere l’intervento umano del fornitore di servizi. Un modello condiviso, detto multi-tenant, permette al fornitore di condividere con più utenti le risorse di calcolo fisiche e virtuali di cui hanno bisogno – larghezza di banda della rete, elaborazione, memoria – che vengono assegnate in maniera dinamica in base alla richiesta ricevuta. L’utente, in questo modo, non sa dove si trova esattamente la risorsa che gli viene fornita, ma può specificare la posizione, ad esempio lo stato o il data center. Una caratteristica molto importante è l’elasticità delle risorse che devono permettere la scalabilità rapida interna ed esterna.

Il NIST definisce poi i modelli di servizio e distribuzione di un sistema di cloud computing.

Il modello di servizio SaaS – Software as a Service – permette al consumatore, che non controlla né gestisce l’infrastruttura cloud, di utilizzare le applicazioni del fornitore semplicemente attraverso un’interfaccia web. In questo modello i software sono erogati come servizi. Esempi di SaaS sono Microsoft Office 365, i servizi offerti dalla piattaforma Google Apps, iCloud e Zoho Office Suite.

Con il modello PaaS – Platform as a Service – il consumatore può distribuire applicazioni proprie, o acquisite da terzi, sull’infrastruttura cloud. Come per il SaaS, il consumatore non può gestire l’infrastruttura cloud. Può tuttavia controllare le applicazioni e le configurazioni dell’ambiente ospitante. Il PaaS eroga piattaforme, servizi, strumenti, librerie, linguaggi di programmazione, con i quali i consumatori possono sviluppare, testare e distribuire un‘applicazione. Una piattaforma open source di cloud computing di tipo PaaS è Cloud Foundry, progettata e sviluppata da un piccolo team Google, prima di proprietà di VMware e poi acquisita da Pivotal Software nel 2013. Servizi PaaS possono essere forniti anche da Google App Engine.

Il terzo e ultimo modello è l’Infrastruttura come Servizio – IaaS, Infrastructure as a Service – attraverso il quale l’intera infrastruttura IT può essere erogata. Il consumatore può quindi acquisire processori, storage, servizi di rete, sistemi operativi, applicazioni e altre risorse utili all’elaborazione. In questo caso il consumatore non gestisce l’infrastruttura cloud sottostante ma può controllare i sistemi operativi, la memoria, le applicazioni e, limitatamente, alcuni componenti di rete. Microsoft Azure fornisce entrambi i servizi PaaS e IaaS, Amazon Web Services offre una suite di servizi cloud, tra questi i più utilizzati sono Amazon Elastic Compute Cloud (conosciuta come EC2, server virtuale privato) e Amazon Simple Storage Service (S3, cloud storage).

Secondo i modelli distribuzione di NIST, un sistema cloud può inoltre essere privato, comunitario, pubblico o ibrido. OpenStack permette la creazione di cloud pubblici e privati e il controllo di un vasto insieme di hardware multi-vendor per offrire, attraverso data center, servizi di gestione di processi ed elaborazione dati, di risorse di rete e connettività e di archiviazione, backup, conservazione e memorizzazione (rispettivamente servizi di computing, networking e storage – il tutto secondo il modello IaaS). Una dashboard infine permette agli amministratori di gestire le risorse e di offrirle agli utenti attraverso un’interfaccia web.

Oggi oltre 500 soggetti operanti in settori diversi, fra cui numerose organizzazioni accademiche e governative, si sono unite al progetto. La OpenStack Foundation esiste grazie all’importante supporto di moltissime aziende che OpenStack suddivide in Platinum, Gold e Corporate Sponsor.

La OpenStack Foundation Platinum Members è composta da otto importanti realtà che finanziano in maniera significativa il progetto per potenziare e promuovere la comunità OpenStack e il software. Tra queste: AT&T, Canonical (lo sponsor commerciale del progetto Ubuntu), Hewlett Packard Enterprise, IBM, Intel, Rackspace, Red Hat e SUSE.

I membri Oro attualmente sono 18. Finanziano e si impegnano all’allineamento strategico con la mission di OpenStack. Tra questi Cisco, Ericsson, Fujitsu, Huawei, Symantec, Dell EMC, e molti altri.

Gli Infrastructure Donors – Rackspace, OVH Group, Internap, OpenStack Innovation Center – gestiscono il sistema cloud OpenStack e donano risorse cloud per l’infrastruttura.

Le Supporting Organizations, 469 attualmente, contribuiscono al successo di OpenStack in maniera diversa dai membri e dagli sponsor. Aiutano infatti a costruire la comunità, il prodotto OpenStack e il codice.

Tra i Corporate Sponsor (133) OpenStack sta giocando un ruolo molto importante nella visione di una in particolare delle società affiliate: PayPal. Saran Mandair, Senior Director dell’infrastruttura di ingegneria di PayPal, guida un importante cambiamento. “Vogliamo disegnare oggi il futuro del denaro. Vogliamo permettere ai nostri clienti di effettuare pagamenti in qualsiasi momento e in qualsiasi modo. Ci stiamo muovendo verso il cloud con OpenStack per raggiungere la disponibilità  e l’innovazione necessarie a offrire i prodotti migliori ai nostri clienti.”

PayPal va sulle nuvole, con OpenStack

OpenStack consente lo sviluppo di una piattaforma stabile grazie alla quale PayPal è in grado di far fronte alle continue e crescenti richieste dei suoi clienti. Maggiore libertà operativa e organizzativa, agilità e disponibilità: sono queste le caratteristiche che hanno spinto la società californiana a orientarsi su OpenStack per la costruzione della propria infrastruttura cloud privata. Dopo tre anni di lavoro al progetto, a marzo 2015 è stato ultimato il processo di migrazione da VMware a Openstack. 100% la percentuale delle applicazioni Web/API migrate.

Ingegneri e sviluppatori devono supportare il requisito di disponibilità del 99,9999% richiesto da PayPal, affinché si raggiunga il successo. È questo il valore soglia (SLA target) previsto per i servizi web dal Service Level Agreement, lo strumento contrattuale attraverso il quale si stabiliscono le condizioni con cui il fornitore eroga il servizio ai propri clienti. Mandair infatti afferma che gli utenti PayPal devono poter processare i propri pagamenti in qualsiasi momento e in qualsiasi luogo si trovino, perché è per questo che scelgono PayPal. Grazie alla nuvola libera, PayPal ha un maggior controllo sulla personalizzazione del prodotto e più scelta sui vendor da utilizzare per il suo cloud environment ibrido. Confida, inoltre, nell’utilizzo di diverse tecnologie disponibili nel portfolio OpenStack. Ognuna di queste permette di implementare le principali funzionalità di cui ha bisogno PayPal per gestire più di 117 milioni di account registrati attivi.