“Sono un’imprenditrice e una sognatrice. Ho viaggiato e vissuto in tutto il mondo, dall’America all’Asia. Poi, insieme ai miei tre soci, ho dato vita a Oval Money, il primo salvadanaio digitale”.

Ha catturato la nostra attenzione con il suo speech chiaro, diretto e umile a Campus Party, l’evento che si è tenuto a Milano a fine luglio.

Non ce l’abbiamo fatta a bloccarla per un caffè perché è salita al volo su un aereo per Londra, la città dove vive e dove ha fatto nascere la sua start up, Oval Money.

Abbiamo organizzato una skypecall dove Benedetta Arese Lucini, founder Oval Money ed ex General Manager di Uber si racconta.

Oval Money, una realtà che ti aiuta a decifrare meglio quanto spendi e dove puoi investire. Corretto?

Non solo. Oval Money è il primo e innovativo salvadanaio digitale, che permette alle persone di prendere confidenza con il mondo del risparmio, aiutandole a mettere da parte piccole somme e ad avvicinarsi a prodotti di investimento, normalmente difficili da approcciare.

Crediamo che tutti abbiano il diritto (e il dovere) di pensare al proprio futuro con prodotti di investimento adatti alle loro esigenze.

Oggi, il mondo finanziario si limita a offrire a coloro che non possiedono grandi capitali solo il conto di risparmio. Il nostro obiettivo è quello di aggregare “persone comuni”, fornire educazione finanziaria e ridurre le barriere d’accesso a prodotti di investimento.

Ci racconti meglio la missione e il valore aggiunto di Oval Money rispetto alla concorrenza?

Oval Money offre uno strumento semplice che permette agli utenti di accumulare capitale per poi investirlo in prodotti finanziari. Per agevolare questo processo, abbiamo deciso di fornire alle persone l’opportunità di avere coscienza di quanto e dove spendono il loro denaro, e di permettere loro di investirlo in fondi e prodotti vicini alle esigenze di ciascuno. La nostra forza risiede nel fatto di aggregare in un’unica app semplice e intuitiva i dati di spese, risparmio e investimento. Ciò che vogliamo è che i nostri utenti vedano Oval Money come strumento per progetti a lungo termine e non pensino al risaprmio come a un mezzo per soddisfare un desiderio materiale nell’immediato.

Nel mondo finanziario è riconosciuto un valore forte al cosiddetto compounded interest, ossia  al guadagno sugli interessi maturati da un utente su una somma capitalizzata e lasciata investita. In questo modo, nel lungo termine, con pochissimi euro, anche solo 20-30 € alla settimana, si ha la reale possibilità di accumulare somme consistenti.

La nostra app è una soluzione flessibile, senza alcun costo di entrata o uscita.  Per tutti questi motivi, reputiamo di essere l’unico prodotto sul mercato.

Chi è, quindi, il vostro target?

I giovani che sono appena entrati nel mondo del lavoro, o le persone che hanno già un reddito fisso, ma che non hanno ancora trovato una soluzione diversa da un conto risparmio, che li aiuti a risparmiare ed investire consapevolmente.

Mi racconti dei vostri prodotti di investimento?

Oval Money è un marketplace. Ciò significa che permettiamo all’utente di integrarsi direttamente con il prodotto finanziario. Lo facciamo dandogli l’opportunità di selezionare i prodotti che reputa essere i migliori, da quelli a carattere di investimento a quelli assicurativi.

Lanceremo a breve dei prodotti di investimento semplici, tipo indici, che seguono i mercati composti da 20-30 società con diversi profili di rischio. Inoltre, siamo molto attenti alle tematiche etiche. Per esempio, avremo un prodotto green e un altro che investe in società che hanno almeno il 20% di donne nel board.

Parliamo di te: dal trasporto al fintech. Perché?

Arrivo dal mondo del trasporto, e ancora prima dall’e-commerce. Nella mia storia professionale, ho sempre dichiarato di non essere un’esperta di trasporto perché lavoravo in Uber, o un’esperta di finanza perché lavoro in Oval, ma mi reputo una persona innovativa.

Per me è importante perseguire il settore dove trovo una grande sfida per portare una soluzione che, se concretizzata, può avere un impatto sociale notevole.

Perché avete scelto il Regno Unito per lanciare la start up?

Volevamo essere da subito una start up internazionale e il sistema regolatorio delle start up in UK è molto più semplice e trasparente.  Inoltre, Londra è l’hub mondiale del fintech e questo è fondamentale per far parte dell’ecosistema.

Sii sincera: secondo la tua esperienza c’è terreno fertile in Italia per lanciarsi in una start up?

L’innovazione, secondo me, nasce sempre nei momenti più complessi.

In questo periodo storico l’Italia sta attraversando un momento difficile e di conseguenza dovrebbe essere un momento buono per innovare. Tuttavia, nel nostro paese lanciare start up non è visto davvero come un lavoro e c’è poco incoraggiamento verso questo tipo di professione.

Non c’è un ecosistema che permette di fallire e riprovarci e quindi si ha la tendenza a fare piccole medie imprese e non start up. Mi permetto però di sottolineare e ricordare che il sistema italiano prevede le agevolazioni per fare start up. Il problema è che pochi lo sanno e le usano.

A Campus Party hai detto che nei CV non guardo mai il titolo di laurea, voti o lodi, ma gli interessi personali e le passioni dei candidati. Ci spieghi meglio questa affermazione e ci racconti quale sono le caratteristiche che apprezzi di più nei candidati?

Noi innovatori cerchiamo persone che vogliano prendersi responsabilità e che abbiano reale interesse a mettersi in gioco.

A me interessa ciò che le persone amano e sanno fare e come interagiscono con gli altri. Solitamente, coloro che si rivelano leader nel mondo del lavoro, sono già stati leader prima, in altre circostanze.

E lo vedo da ciò che hanno raggiunto o fatto: chi fa parte di una squadra, chi ha viaggiato molto, e chi mi racconta di propri, anche piccoli obiettivi personali.

Due consigli per i giovani di oggi, per chi sta capendo cosa studiare o ha appena finito l’università.

La prima cosa che mi sento di affermare è che l’idea non conta niente.

Ricevo settimanalmente decine di messaggi di persone che mi raccontano di avere una grandissima idea, innovativa e che farà successo. Credo che l’errore più grande sia quello di innamorarsi della propria idea. Ciò che conta è l’esecuzione dell’idea, la capacità di mettere insieme un giusto team con il quale lavorare, di trovare soluzioni per far accadere le cose con poca disponibilità finanziaria o semplicemente di riuscire ad ottenere un meeting senza particolari raccomandazioni. La motivazione e l’ambizione contano molto di più dell’idea.

Il secondo punto è che fare start up significa sacrificare tanto, ma vuol dire anche mettersi in gioco totalmente.  Se il progetto non decolla non vuol dire che sia fallito.

Occorre fermarsi, studiare l’errore e imparare qualcosa di nuovo.  Per tornare al primo punto, dopo l’idea c’è il prodotto. Ed è opportuno capire se c’è bisogno di quel prodotto, altrimenti è necessario cambiare prodotto.

Ricominciare, crederci di nuovo, riprovare.

Cos’è per te l’innovazione?

Per me innovare è prendere un problema difficile e cercare di risolverlo cambiando il contesto in cui esiste. In altre parole, creare una soluzione per cui un problema che sembra molto difficile oggi possa risolversi in un modo molto semplice.