Con lo smart working le persone sono più soddisfatte e lavorano meglio. Agli Osservatori del Politecnico di Milano abbiamo ascoltato anche le esperienze smart della Pubblica Amministrazione.

L’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano è diventato per noi una tappa fissa. C’eravamo nel 2015, ci siamo tornati nel 2016, non potevamo mancare nel 2017, anno in cui si è toccato il record di diffusione del fenomeno: ben 305mila lavoratori (l’8%) adotta soluzioni smart.

Quello dello smart working poi è uno dei temi più caldi di quest’anno: citato in 1260 articoli tra riviste e quotidiani, ha ricevuto il massimo della copertura mediatica a giugno, mese in cui è stata emessa la Direttiva Madia ed è entrata in vigore la Legge 82/2017, che si esprime ufficialmente in merito.

Dati alla mano

Su un campione di 67 grandi imprese italiane, oggi il 36% ha iniziative strutturate di smart working (l’anno scorso si arrivava al 30%), più un 16% che sta pianificando di introdurle e un 35% che pensa di farlo entro i prossimi anni. L’approccio adottato da quel 36% è suddiviso sostanzialmente in due  parti uguali: il 47% interpreta lo smart working come possibilità di lavorare da remoto e il 47% come lavoro da remoto e ripensamento degli spazi fisici. Nella maggior parte dei casi (43%) i giorni così spendibili sono quattro al mese, mentre in rari casi (11%) non viene posto alcun limite.

Nelle PMI lo scenario è nettamente diverso. Tra le 567 imprese intervistate i casi di iniziative strutturate e non sono rispettivamente il 7 e il 15%, con un ulteriore 7% che ignora del tutto il significato del termine “smart working”. La percentuale maggiore (40%) si dichiara disinteressata al tema. Spesso le piccole e le medie imprese affermano che nel loro settore, il manifatturiero, non saprebbero come implementare soluzioni di lavoro agile.

Anche le Pubbliche Amministrazioni hanno iniziato a interessarsi timidamente al tema. Il 17% lo sta applicando o prevede di farlo a breve, il 48% lo considera una soluzione perseguibile in futuro e il 20% è incerto in merito. Gli uffici considerati sono stati 279, tutti con più di 100 addetti.

Sul perché adottare lo smart working le risposte sono state diverse, illustrate nella grafica riportata di seguito.

Nelle grandi, grandi aziende

Già dieci anni fa alcune grandi aziende si mossero per introdurre soluzioni di lavoro agile, tra cui Vodafone, Microsoft e Nestlé. «Abbiamo iniziato introducendo l’orario flessibile, poi la possibilità del part-time e del telelavoro», racconta Giacomo Piantoni, direttore Risorse Umane di Nestlé Italia. «Oggi funziona, ma all’epoca su 1300 white collar solo 70 aderirono al telelavoro, e dopo due anni invece che aumentare erano diminuiti». Il problema? Perdere il contatto con i colleghi, sentirsi esclusi dalla dimensione sociale dell’azienda.

Che smart working significhi convivialità lo testimonia anche Maurizio di Fonzo, Chief HR di AXA Italia: «Nella sede di Roma avevamo 500 dipendenti e una mensa solo per i dirigenti. Per tutti gli altri ogni pausa pranzo era una migrazione di massa verso i bar della zona: tutti lontani». Allora sono andati a studiare le formule di smart working della sede belga, hanno reagito con un: «Madonna che figata!» (sic) e le hanno importate. di Fonzo nega che il processo di ristrutturazione degli uffici abbia richiesto un investimento di milioni, ma l’effetto sul cambiamento di cultura aziendale è stato notevole: «Dopo un anno e mezzo di smart working i dirigenti erano irriconoscibili. Sono passati dalle poltrone in pelle umana a lavorare in un open space».

Eppur si muove anche la Pubblica Amministrazione

Introdurre queste pratiche nella Pubblica Amministrazione è un processo lento e faticoso, che dipende interamente dalla volontà della dirigenza e dalla costanza con cui viene portato avanti. Questa la premessa avanzata da Monica Parrella, coordinatrice del progetto Lavoro agile per il futuro delle PA.

Oggi gli uffici RU più sensibili al tema del lavoro agile risultano essere quelli della Presidenza del Consiglio dei Ministri e del Ministero dell’Economia e delle Finanze. Entrambi stanno lanciando dei progetti di sperimentazione in cui le persone coinvolte potranno usufruire di cinque giornate al mese di smart working.

Francesca Gagliarducci, Capo Dipartimento del Personale della Presidenza del Consiglio dei Ministri spiega: «Volevamo mandare un messaggio, utilizzando trasversalmente tutte le nostre competenze, coinvolgendo, per diffondere il tema, il Dipartimento Pari Opportunità, il Dipartimento della Funzione Pubblica, la Scuola Nazionale dell’Amministrazione ». Entro il 24 agosto 2018 il lavoro agile deve essere diffuso almeno tra il 10% dei lavoratori delle nostre amministrazioni, questa la deadline e l’obiettivo fissati dal ministro Madia.

Ripensare l’ufficio

«Sono trent’anni che progettiamo uffici, questi sono temi che si ripresentano ciclicamente», esordisce Massio Roj, di Progetto CMR.«Officium in latino definiva la porzione di tempo dedicata al lavoro, solo successivamente ha iniziato ad indicare lo spazio fisico dove questo veniva svolto. La flessibilità di cui possiamo disporre oggi forse sta trasformando di nuovo l’ufficio da un luogo a un’azione, che viene compiuta a prescindere da dove ci si trova».

Anche Lorenzo Maresca, di Sedus Stoll, azienda produttrice di mobili per ufficio, dimostra un approccio umanista: «Per il 50% la felicità dipende dalla genetica, al 10% dall’ambiente e al 40% dalle nostre azioni. Perché ci interessa? Perché la felicità rende produttivi».

I dati sembrano dargli ragione. Chi lavora in un ambiente smart e gode di flessibilità d’orari o di presenza sul luogo di lavoro è più soddisfatto del rapporto con i colleghi, dell’organizzazione del lavoro, delle proprie attività e del proprio worklife balance.

Non solo: le pratiche di smart working si rivelano anche un ottimo strumento per migliorare la padronanza di digital soft skill.