Un nuovo modello di organizzazione del lavoro frutto della cultura della sostenibilità e dell’efficienza. È lo Smart Working. Ve ne parliamo mentre a Trento è in corso la settimana dedicata alle tecnologie che migliorano la vita dei cittadini.

Una smart city è smart nella misura in cui lo sono i singoli edifici di cui è composta (smart building e smart home) ma soprattutto quando sono smart il piano di pubblica amministrazione per il governo dello spazio urbano e possibilmente anche i cittadini che abitano e vivono quello spazio. In questo caso potremmo parlare rispettivamente di smart policy, o amministrazione agile, per usare un’espressione cara alla Crusca, e di smart people (o smart citizen). Siamo realisti e accontentiamoci della prima.

Oggi più che mai una smart policy non può non prendere in considerazione un modello di organizzazione del lavoro innovativo quale lo smart working, o lavoro agile. Un modello che nasce e cresce come naturale conseguenza dell’integrazione e della convergenza delle nuove tecnologie in una nuova cultura del lavoro. Costruita su dinamicità, elasticità, sostenibilità, versatilità, trasparenza, fiducia e quindi efficienza. È un trend di valori che stiamo riscontrando sempre più a trecentosessanta gradi e che stanno gradualmente permeando i principi di quella che non è più una semplice ed esclusiva moda d’élite. Oggi tutto è più smart, anche e soprattutto nel senso dei valori sopraccitati, forse perché tutti stiamo finalmente diventando più smart. O meglio, più consapevoli dei problemi che, storicamente e naturalmente, emergono al termine di un ciclo decretandone la fine e al tempo stesso ponendo le basi di una nuova era. Che si tratti della tanto auspicata rivoluzione morale-culturale? Probabile. Perché non è più tanto un caso se esistono la sharing economy, la circular economy e la green economy, fino a ieri frivolo vezzo di facoltosi capitalisti radical chic. Esistono e, ripeto, non come semplici capricci del momento. Sono ormai realtà ben consolidate. Le più grandi multinazionali investono o investiranno in queste realtà, proprio come le grandi multinazionali del petrolio stanno investendo massivamente nelle nuove fonti di energia rinnovabile. Che sia per profitto, per senso etico o per una più vigile presa di coscienza del quadro socio-economico mondiale, quello che ci interessa e che non possiamo più ignorare sono i caratteri piuttosto definiti di una nuova fisionomia culturale che sta prendendo, lentamente ma inesorabilmente, forma.

La nuova cultura del lavoro non è che un tratto di questa fisionomia. E lo smart working, in quanto filosofia manageriale di una nuova cultura aziendale, si inscrive in questo tratto. Citando uno dei tanti articoli che si trovano in rete: “È doveroso premettere che lo smart working è realizzabile solo a fronte di un cambiamento culturale e una revisione dei processi organizzativi.” Non potremmo essere più d’accordo.

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Una nuova filosofia manageriale

Per McKinsey & Company le aziende che scelgono la via della digitalizzazione dovrebbero impostare un piano strategico che tocchi questi sei punti chiave: 1) aggiornare i modelli di business pre-esistenti; 2) coinvolgere i clienti nel processo di trasformazione digitale; 3) sviluppare o acquisire le giuste competenze digitali; 4) adattare o riadattare la propria forza lavoro; 5) implementare e sfruttare nuovi modelli di innovazione; 6) essere o diventare learning-focused e agili. Lo smart working si inserisce perfettamente all’interno di queste tre ultime priorità. La parola chiave è, allora e di nuovo, agilità, in natura adattabilità. Sopravvivono solo gli organismi più resilienti e che si adattano. Nel nostro caso, la contigenza che richiede l’adattamento è, in un rapporto di causa-effetto ambivalente e circolare:

– la dirompenza delle nuove tecnologie

– l’inesorabile affermarsi di un nuovo modello culturale

Dico ambivalente e circolare perché non è mai possibile definire in maniera dicotomica quale fenomeno sia la causa e quale l’effetto. Spesso ciò che apparentemente si presenta come fattore causante è anche elemento causato, e viceversa. Ad ogni modo è riduttivo limitarsi a questa sola categoria interpretativa. Accontentiamoci  di ciò che possiamo vedere e toccare con mano. Ci troviamo in un periodo di transizione e di cambiamento, che ha reso e rende possibile e più che mai attuale un nuovo modello di fare business: lo smart working, appunto.

Impraticabile anche solo dieci-quindici anni fa, oggi sembra essere la naturale conseguenza nonchè il portabandiera dei valori rappresentativi del cambiamento culturale in atto che stiamo gradualmente ma ineluttabilmente adottando. Per esempio, la definizione di smart working degli Osservatori Digital Innovation della School of Management del Politecnico di Milano recita: smart working, “una nuova filosofia manageriale fondata sulla restituzione alle persone di flessibilità e autonomia nella scelta degli spazi, degli orari e degli strumenti da utilizzare a fronte di una maggiore responsabilizzazione sui risultati.” E, aggiungiamo noi, finalizzata ad agevolare la conciliazione dei tempi e dei ritmi di vita e di lavoro.

Si parla chiaramente di flessibilità, di responsabilità (e quindi, indirettamente, di fiducia e trasparenza) ma emergono anche i concetti di sostenibilità, versatilità e infine, a maggior ragione se si guardano i dati, di efficienza. Gli stessi valori che stanno trainando, o che sono spinti – la definizione dei ruoli nel rapporto di causa-effetto è, come abbiamo detto, questione di punti di vista – dall’avvento del nuovo modello culturale di cui sopra.

Ecco i numeri. Secondo una ricerca dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano presentata lo scorso ottobre, “i lavoratori coinvolti in progetti di smart working hanno risparmiato in media 176 ore all’anno per gli spostamenti, con conseguente guadagno di tempo da dedicare alla famiglia o ai propri interessi. Parallelamente le aziende hanno osservato un incremento della produttività di circa il 20%, con una contestuale diminuzione fino al 30% dei costi di gestione degli uffici.” In attesa degli ultimi dati aggiornati sullo stato dell’arte che verranno presentati al convegno del 12 ottobre in Bovisa, vi rimandiamo a un nostro precedente articolo: “ Smart Working, chi lo fa davvero?”, in cui è stata fatta un panoramica sui risultati del report 2015.

Smart working: risparmio io, guadagnano tutti

Ma che cos’è di preciso lo smart working? Finora lo abbiamo citato più e pù volte, senza tuttavia darne una spiegazione esaustiva. L’art. 13 del ddl 2233 lo definisce quale “modalità flessibile di esecuzione del rapporto di lavoro subordinato allo scopo di incrementarne la produttività e agevolare la conciliazione dei tempi di vita e di lavoro.” Si svolge con le seguenti modalità:

– la prestazione viene eseguita in parte all’interno dei locali aziendali e in parte all’esterno, ed entro i soli limiti di durata massima dell’orario di lavoro giornaliero e settimanale, derivanti dalla legge e dalla contrattazione collettiva;

– l’attività lavorativa può essere svolta tramite l’utilizzo di strumenti tecnologici;

– quando il lavoratore svolge la prestazione fuori dai locali aziendali non è necessario che utilizzi una postazione fissa. Se il datore di lavoro assegna al lavoratore strumenti tecnologici per lo svolgimento dell’attività lavorativa, è responsabile della loro sicurezza e buon funzionamento;

– la prestazione in modalità “lavoro agile” implica un trattamento economico e normativo non inferiore a quello complessivamente applicato nei confronti di chi svolge le medesime mansioni esclusivamente all’interno dell’azienda.

Riassumendo: lo smart working è un modello di organizzazione del lavoro innovativo finalizzato all’aumento della produttività nell’ottica di una “nuova cultura aziendale, più orientata alla performance che alla presenza fisica del lavoratore”. È dunque consigliabile in qualsiasi azienda, per citare il nostro Andrea Car. E dal momento che ogni azienda è una caso a sé non esistono rigide linee guida che tutti dovrebbero seguire. Ogni società può e deve lavorare sul proprio assetto lavorativo partendo dalla consapevolezza della situazione in cui si trova, analizzando quindi la propria cultura aziendale. Un quadro normativo efficace è dunque un quadro normativo che si adatti al singolo, senza perdere in coerenza e chiarezza.

In tal senso il 18 febbraio 2016 si è tenuta a Milano la Giornata del Lavoro Agile. Centosessantacinque tra enti (16) e aziende (149), quasi 10.000 lavoratori, e la possibilità di lavorare non solo da casa o da uno spazio pubblico o privato a scelta, ma anche nei coworking accreditati presso l’albo del Comune di Milano, accessibili e prenotabili gratuitamente tramite webapp. Un vero e proprio toccasana per la città: i lavoratori hanno risparmiato per sé stessi – circa 1 ora e 45 minuti di tempo negli spostamenti giornalieri – e per l’ambiente – riduzione dell’inquinamento in seguito a una diminuzione degli spostamenti. Più del 60% dei rispondenti a un questionario infatti ha comunicato che, se non fosse stato per i vantaggi offerti dallo smart working anche in termini di possibilità di scelta della postazione lavorativa, avrebbe utilizzato un mezzo a motore privato per raggiungere l’ufficio (dati AMAT, Agenzia Mobilità Ambiente e Territorio s.r.l.).

“L’esperienza milanese ha mostrato che non solo non c’è contrasto nel coniugare attenzione per l’ambiente e produttività del lavoro, ma che attraverso questa pratica lavoratori e cittadini possono risparmiare tempo per sé stessi, diventando lavoratori più efficienti e produttivi e cittadini più sereni. Ma soprattutto che l’innovazione sociale che esprime questa esperienza è reale e vincente perché intrinsecamente connessa ai molti livelli di benessere a cui può e deve tendere una città.” A maggior ragione una Smart City.