Ricordate la vicenda di Isis Anchalee Wenger? È una storia di stereotipi, e quindi di pregiudizi. Il suo è il profilo tipico di un nerd: personalità assai introversa, spiccate capacità analitiche, passione per la matematica, grande abilità nel comprendere le macchine ma non sempre nel farsi comprendere dagli esseri umani. Tutto secondo il cliché, insomma, se non per un dettaglio tutt’altro che trascurabile: Isis è una donna, ed è anche bella.

Così, quando OneLogin – l’azienda per cui Isis lavora – ha usato la sua immagine per una campagna di employee branding lanciata sui social media nei mesi scorsi, etichettando la sua dipendente come “platform engineer”, la reazione di una fetta consistente della Rete è stata di incredulità: “too pretty to be a real engineer”, ovvero troppo graziosa per essere veramente un’ingegnere. Un bell’esempio di come gli stereotipi condizionino le nostre aspettative e alimentino i pregiudizi. Ovviamente non sono mancate le reazioni di tenore diverso, in difesa della dignità di Isis e di tutte le donne che lavorano nel mondo del software.

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In ogni caso, ferita dall’atteggiamento di parte dell’opinione pubblica, Isis ha deciso di contrattaccare. E in agosto ha lanciato la campagna #iLookLikeAnEngineer, con l’obiettivo di denunciare una cultura che, anche nel mondo dell’innovazione digitale, assegna a uomini e donne ruoli predefiniti. È ancora possibile aderire, raccontato storie di discriminazione di cui si è stati vittime o testimoni. Perché, appunto, lo stereotipo di genere crea un ghetto in cui le donne sono relegate, ed è dunque causa di svantaggio nei percorsi di carriera e nel riconoscimento sociale.

Qui ci interessa evidenziare un punto: tutto ciò avviene in un mondo, quello dell’innovazione digitale e delle internet company, il quale si presenta volentieri come portatore di una cultura aperta alle differenze. Qualche anno fa la cosa sembrò trovare addirittura una sua conferma empirica. Gli studi di Richard Florida sull’economia creativa erano tesi a dimostrare che l’innovazione prospera proprio nei contesti politico-sociali improntati alla tolleranza e all’inclusione.

E allora perché nel mondo dell’ICT la presenza di donne non supera il 30% del totale degli addetti? Perché un’ingegnere del software donna è vista con sospetto, e viene semmai apprezzata per le sue qualità estetiche? La verità è che il mondo di Internet e delle nuove tecnologie della comunicazione è stato fin qui modellato dall’immaginario maschile. E continua a veicolare un sapere con una connotazione di genere. Colpisce, per esempio, il fatto che fino a poco tempo fa oltre il 90% degli autori di Wikipedia era costituito da uomini. Così come colpisce che solo il 12% delle startup innovative oggi censite in Italia sia stato fondato da donne. Un dato analogo a quello registrato in Francia e Germania. Fanno meglio solo la Spagna (19%) e il Regno Unito (30%).

In tutti i casi c’è un gap culturale, prima che di policy. Sarebbe semplice cavarsela dicendo che le aziende devono fare di più, per assecondare la spinta che viene dal basso. Sappiamo invece che dal basso questa spinta non si manifesta. Ma forse a maggior ragione le imprese, grandi e piccole, hanno un’importante responsabilità nel processo di costruzione di una nuova cultura.

Non è superfluo mettere a fuoco le radici del problema. Perché il mito della cultura digitale si è sviluppato perlopiù privo di anticorpi, respingendo la dimensione critica che sempre dovrebbe accompagnare la proposta di un nuovo mondo? Il difetto sta forse nella matrice originaria di tale mito, in quell’ideologia californiana che mescola confusamente cibernetica, economia liberista e controcultura libertaria. La fede quasi religiosa nella tecnologia come forza liberatrice ha oscurato tutto il resto: ineguaglianza, discriminazione, sfruttamento. Dall’ideologia californiana alla “tecnoteologia”, insomma: una nuova forma di conformismo globale che ci vede, sempre di più, utenti addomesticati.

Recuperare una dimensione critica nel rapporto con la tecnologia è necessario. Lo è, in primo luogo, per le organizzazioni – come Spindox – che progettano gli scenari tecnologici del futuro. Offrire tecnologie al servizio delle persone, delle aziende, delle comunità, anziché il nuovo abracadabra: questa dovrebbe essere la nostra missione. Il pensiero femminile ci rende in ciò più capaci e quindi più ricchi. Per questo dobbiamo includerlo sempre di più nella nostra cultura, senza pregiudizi e al di là degli stereotipi.

P.S. In italiano, se riferito a una donna, il sostantivo ingegnere è femminile. Dunque avremo “un ingegnere” (uomo) e “un’ingegnere” (donna). Ma questo il correttore automatico di Microsoft Word non lo sa ancora.