L’amministrazione USA mette Huawei sotto scacco, poi congela il bando per tre mesi. L’esito della guerra hi-tech con la Cina resta incerto. Ecco le domande che ci dovremmo fare.

Il divieto esecutivo imposto a Huawei dalla Casa Bianca di vendere e installare apparati di rete negli Stati Uniti, nonché di acquistare per sé tecnologia americana, è dunque sospeso per tre mesi. Sembrava il classico uno-due pugilistico con effetto immediato, e invece Trump ha dovuto tornare parzialmente sulla propria decisione nel giro di poche ore. Una marcia indietro che risponde a precise ragioni, come spieghiamo più avanti.

Resta il fatto che la guerra hi-tech fra Stati Uniti e Cina è ormai dichiarata. A meno di ulteriori colpi di scena, dal mese di agosto gli operatori telefonici USA dovranno fare a meno di Huawei per equipaggiare le proprie reti, 5G mobile in particolare. Dall’altro lato il colosso industriale cinese, secondo produttore al mondo di smartphone dietro a Samsung, sarà costretto a rinunciare alle versioni più aggiornate del sistema operativo Android di Google.

La realtà è che gli esiti di questa vicenda, da leggere nel quadro più generale del confronto fra Pechino e Washington per la supremazia in settori tecnologici considerati strategici, sono tutt’altro che scontati. Per comprendere il valore della posta in gioco e formulare qualche ipotesi sui possibili sviluppi di questo confronto, conviene porsi una serie di domande.

Proviamo a metterle in fila, senza pretendere di avere una risposta chiara e definitiva per ciascuna di esse.

#1: Perché Huawei?

Huawei occupa una posizione chiave in due mercati contigui, che hanno una valenza strategica: il mercato degli apparati che fanno funzionare le reti telefoniche e quello degli smartphone, ossia la porta di accesso a Internet per quasi quattro miliardi di persone nel mondo.

Per quanto riguarda i sistemi per le telecomunicazioni – ovvero gli apparati per l’accesso a larga banda, il backhaul mobile e in fibra ottica, la trasmissione nello spettro delle microonde, il routing e lo switching – Huawei detiene una posizione di leadership a livello mondiale. Dell’Oro Group stima che, in termini di ricavi, la società cinese abbia raggiunto nel 2018 una quota pari al 29% del mercato globale, il quale ha un valore complessivo di circa 175 miliardi di dollari (fonte: Dell’Oro Group, Worldwide telecom equipment market 2018). Secondo Gartner, i ricavi di Huawei nel mercato delle infrastrutture per le telecomunicazioni ammontavano nel 2016 a 33,2 miliardi di dollari, ben oltre i 23,8 miliardi di Ericsson e i 23,2 miliardi di Nokia.

Nel mercato degli handset (telefoni cellulari e smartphone) la posizione di Huawei è significativa, ma non predominante, anche a causa di una maggiore frammentazione dello scenario. Se consideriamo solo gli smartphone, secondo IDC Huawei ha raggiunto nell’ultimo trimestre del 2018 una quota di mercato pari al 16,1%, contro il 18,7% di Samsung e il 18,2% di Apple. Da notare il notevole recupero della casa di Cupertino, che si era fatta sorpassare proprio da Huawei a metà anno e che è ha riconquistato la seconda posizione in classifica. È presumibile che i dati del 2019 risulteranno molto meno brillanti per il produttore cinese, il quale realizza comunque oltre la metà del proprio business nel mercato domestico degli smartphone, dove detiene una posizione di leadership (fonte: IDC, Smartphone marker share).

#2: Dunque si tratta di una guerra commerciale di sapore protezionistico?

No, il problema non è tanto di natura commerciale, come si vorrebbe far credere. Il bando decretato dalla Casa Bianca si distingue da iniziative protezionistiche in apparenza analoghe, con le quali Trump ha inteso colpire, per esempio, i formaggi francesi e le calzature italiane. Neppure la guerra all’acciaio cinese risponde agli stessi obiettivi.

Dietro lo stop a Huawei c’è la volontà – ma forse dovremmo dire la necessità – di evitare che il costruttore cinese diventi indispensabile per il funzionamento del sistema di comunicazione attraverso il quale viaggiano i dati di individui, imprese e organizzazioni governative. E questo perché i dati sono la risorsa strategica sulla quale si esercita oggi la competizione fra le grandi potenze planetarie, come e più del petrolio o di altre materie prime. I dati sono il carburante che fa funzionare le reti dell’intelligenza artificiale, il nuovo Walhalla del dominio globale.

#3: A che punto è la Cina nello sviluppo della AI?

È lecito domandarsi se davvero le capacità cinesi nel campo dell’intelligenza artificiale siano tali da giustificare le preoccupazioni americane. Certamente la leadership nella AI è un obiettivo dichiarato di Pechino. Il New Generation Artificial Intelligence Development Plan, un documento ufficiale del Consiglio di Stato cinese pubblicato due anni fa, fissava tale traguardo al 2030. E così si esprimeva riguardo all’importanza del tema:

L’AI è il nuovo focus della competizione internazionale. È una tecnologia strategica, che dominerà nel futuro. I paesi sviluppati di tutto il mondo considerano l’evoluzione dell’AI come una priorità, per migliorare la competitività e proteggere la sicurezza nazionale.

Questa consapevolezza sta dando i propri frutti, innanzi tutto sul piano della ricerca scientifica. Secondo Field Cady e Oren Etzioni, ricercatori dell’Allen Institute for Artificial Intelligence, il numero di pubblicazioni scientifiche cinesi relative all’ambito dell’intelligenza artificiale sta per superare quello degli Stati Uniti (fonte: Carissa Schoenick, China to Overtake US in AI Research, Medium, 17 marzo 2019).

Baidu, Alibaba e Tencent

Anche sul piano industriale, lo sforzo è significativo. A investire sono soprattutto i tre giganti cinesi di Internet: Baidu, Alibaba e Tencent. Questi hanno interessi in oltre il 50% delle 190 maggiori società cinesi attive nel campo dell’intelligenza artificiale (fonte: Karen Hao, Three charts show how China’s AI industry is propped up by three companies, MIT Technology Review, 22 gennaio 2019). Gli ambiti di sviluppo sono innumerevoli, ma i più significativi riguardano le applicazioni nel campo della medicina, la robotica industriale, l’automobile a guida autonoma e il settore militare. Come già il McKinsey Global Institute aveva previsto nel 2017, le due sfide principali per la Cina consistono nella costruzione di un robusto ecosistema dei dati e nella diffusione dell’intelligenza artificiale nel contesto manifatturiero tradizionale, con l’obiettivo di incrementare la produttività industriale.

La Cina ha un obiettivo strategico: ridurre la propria dipendenza dalle tecnologie di AI di importazione americana, specie per quanto riguarda i semiconduttori. Ciò anche in considerazione del crescente impiego di tali tecnologie in campo militare, sia per il governo di sistemi d’arma autonomi sia per la gestione di apparati di sorveglianza e cyber security. Gli sforzi di Pechino per lo sviluppo dell’intelligenza artificiale in campo bellico sono documentati dal rapporto di Gregory C. Allen per il Center for a New American Security (Understanding China’s AI Strategy, 6 febbraio 2019).

#4: Perché il 5G?

Non è un caso che la prova di forza fra Washington e Pechino si consumi proprio ora. Se la posta in gioco è, come abbiamo detto, il controllo sui dati in circolazione nel mondo, lo sviluppo delle infrastrutture di rete mobile di quinta generazione non può che agire da detonatore. Perché su tali reti viaggeranno enormi quantità di dati. E soprattutto quelli scambiati fra le macchine, di particolare valore strategico, sono destinati a crescere in misura esponenziale grazie all’introduzione dello standard 5G.

Già oggi nel mondo si contano 8,9 miliardi di connessioni mobili (fonte: GSM Association), ossia oltre un miliardo in più rispetto agli abitanti del pianeta. È facile immaginare quali scenari saranno abilitati dal 5G. L’ampia larghezza di banda (tra 2 e 5 Gbps) e la bassa latenza (inferiore a 10 ms) permetteranno di liberare tutto il potenziale dell’IoT e dell’Industry 4.0, che fin qui si è manifestato più che altro a livello di promessa.

#5: Cosa ha spinto la Casa Bianca a congelare il bando?

La sospensione di tre mesi sembra dettata da due ragioni. La prima è che gli operatori telefonici americani locali non si aspettavano un provvedimento così repentino e sono stati colti impreparati. Le telco hanno bisogno di più tempo per smaltire gli ordini e ridurre la loro dipendenza dalla tecnologia cinese. Certo, in tre mesi si fa ben poco. Alcuni operatori europei, che hanno impostato tutta l’architettura 5G su tecnologia Huawei, ritengono che un eventuale bando anche da questa parte dell’Atlantico comporterebbe un ritardo di almeno due anni nella messa in esercizio della nuova infrastruttura.

Ma il bando è stato congelato nel giro di poche ore anche per il timore che, per ritorsione, la Cina possa bloccare l’esportazione di terre rare verso gli Stati Uniti. L’ipotesi è stata accreditata da Chad Bray in un articolo per il South China Morning Post (Trade war: will China use ‘nuclear option’ of banning rare earth exports to US?, 22 maggio 2019) Com’è noto, le terre rare sono metalli indispensabili per la produzione di superconduttori, veicoli ibridi e fibre ottiche, e gli USA importano l’80% del loro fabbisogno proprio dalla Cina.

#6: Che prove ci sono della volontà di Huawei di collaborare con il governo cinese in un grande programma di spionaggio globale?

Nessuna. Ma se foste nei panni di Trump, vi fidereste?

#7: Perché Google si è subito allineata?

Google è stata fin qui mortificata dal governo di Pechino nei suoi tentativi di scalare il mercato delle ricerche online in Cina, dove si deve accontentare di un misero 2,99% (fonte: Statcounter). Dunque non ha molto da perdere, qualora il confronto in corso dovesse inasprirsi ulteriormente. Peraltro gli 800 milioni di individui che accedono a Internet in Cina, quasi tutti via mobile, fanno gola al gigante di Mountain View. Così come fanno gola gli utenti che, in tutto il mondo, installano Android sul loro smartphone Huawei. Perché, lo sappiamo, Android è la porta di accesso di tutti i dati che Google colleziona sui consumatori.

Utenti cinesi che accedono a Internet via mobile (fonte: China Internet Watch).

In questa fase Google preferisce comunque mantenere un atteggiamento collaborativo nei confronti della Casa Bianca. In occasione di un recente incontro organizzato dall’Atlantic Council, a Washington, il capo di Stato Maggiore USA Joseph Dunford si è detto preoccupato del fatto che nel 2017 Google abbia preferito rinunciare ai progetti congiunti con il Pentagono, a causa della pressione esercitata dai dipendenti della società e dall’opinione pubblica, e che abbia invece lanciato un’iniziativa nel campo dell’intelligenza artificiale proprio in Cina (fonte: John Hendel, Top Pentagon official to meet with Google amid China concerns, Politico, 21 marzo 2019).

#8: Quali sono le altre forniture strategiche che verranno a mancare a Huawei?

A parte il sistema operativo di Google, che in futuro potrà equipaggiare gli smartphone di Huawei solo nella versione open source, il costruttore cinese sarà costretto a rinunciare ai microchip di Intel, Qualcomm, Broadcom, Xilinx e Micron Technology, tutti prodotti da società americane. Nella blacklist ci dovrebbe essere anche la britannica Arm, che ha centri di sviluppo in Texas e California, la quale licenzia la propria architettura per i processori di Huawei della serie Kirin (fonte: Tom Warren, ARM cuts ties with Huawei, threatening future chip designs, The Verge, 22 maggio 2019).

#9: Che conseguenze può avere questo blocco delle forniture verso e da Huawei?

L’impatto si sta già manifestando a più livelli.

Da un lato c’è il ruolo di Huawei come fornitore di infrastrutture di rete. In questo caso le conseguenze riguardano l’evoluzione della telefonia mobile di quinta generazione. Dal punto di vista degli operatori telefonici, il rischio è di dover scontare un significativo ritardo nel rilascio dei servizi 5G, soprattutto in Europa.

Dall’altro lato c’è il mercato degli smartphone. Qui Huawei deve essere vista nella sua duplice posizione di fornitore e acquirente. Per Google l’assenza di Android sui terminali Huawei comporterà minori introiti, a causa del mancato accesso ai propri servizi da parte di milioni di futuri utenti. E poi ci sono le royalty. Per ogni smartphone equipaggiato con Android in Europa, Google incassa circa 40 dollari. Considerando che Huawei vende nel Vecchio Continente 10 milioni di pezzi a trimestre, si fa presto a valutare l’impatto per la stessa Google. Presumibilmente a Mountain View contano di compensare questa riduzione di ricavi, almeno in parte, grazie al parallelo incremento delle vendite dei dispositivi nativi della serie Pixel, realizzati dalla stessa Google.

Huawei dovrà fare a meno del sistema operativo Android e dei microprocessori made in USA nei propri telefoni. In apparenza si tratta di un colpo mortale per il gigante cinese. I primi segnali che giungono dal mercato autorizzano le previsioni più fosche. Per esempio, gli ordinativi dei nuovi modelli della gamma Honor 20, appena presentati a Londra senza che peraltro i giornalisti invitati potessero vederli, sono bloccati in molti mercati.

E se Huawei se la cavasse?

Tuttavia, l’effetto nel medio periodo potrebbe essere di accelerare il percorso di Huawei verso l’autonomia tecnologica, peraltro già pianificato. Una Huawei dotata del proprio microchip e del proprio sistema operativo dovrebbe fare ancora più paura. È tutta una questione di tempi, dunque.

D’altra parte, se Huawei non può comprare tecnologia made in USA, questo significa che le imprese americane non possono vendere a Huawei. Alcuni fornitori del gruppo cinese, che ogni anno acquista componentistica hardware e software per 70 miliardi di dollari, rischiano di pagare un conto molto salato. È il caso di Micro Technology, che dipende per il 13% dei propri ricavi dalle vendite a Huawei. Tutta l’industria dei semiconduttori potrebbe risentirne, come lasciano presagire le prime reazioni del mercato azionario.

Insomma, c’è il rischio di un’escalation. La posta in gioco è tale da rendere possibile un disastroso effetto di trascinamento, in cui finirebbero coinvolte le economie di mezzo mondo. E potrebbe essere proprio l’Europa a uscire più penalizzata da questa prova di forza.

#10: Da che parte stanno l’Europa e l’Italia?

Per il momento la posizione più chiara è quella della Germania. Nonostante la minaccia di condivisione di informazioni di intelligence da parte degli Stati Uniti, il governo di Angela Merkel ha ribadito che non intende assecondare la richiesta americana di accodarsi al bando. Anche perché rinunciare alla tecnologia di Huawei comporterebbe un ritardo inaccettabile nello sviluppo del 5G in Germania. Il ministro dell’Economia tedesco Peter Altmaier si è limitato ad auspicare una legge per garantire che tutti i componenti utilizzati nelle reti 5G siano sicuri.

Il Regno Unito, per quanto più allineato sulle posizioni americane, sembra in questo momento distratto da questioni di altra natura (vedi Brexit). Lo stesso vale per la Francia di Emanuele Macron. Mentre il governo ha finora evitato di prendere una posizione netta.

1 COMMENT

  1. […] La rivoluzione digitale in Cina corre veloce. Per qualcuno troppo veloce. Gli Stati Uniti, in particolare, preoccupati di perdere la supremazia tecnologica in ambiti considerati strategici, corrono ai ripari con misure protezionistiche. In gioco c’è il primato nel campo dell’intelligenza artificiale, delle telecomunicazioni mobili 5G e del quantum computing, come spiega Paolo Costa in un post sull’affaire Trump-Huawei. […]

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