Dare un senso ai dati grezzi e progettare l’esperienza utente. Il design incontra i contenuti.

Il design si trova oggi di fronte a una moltitudine di possibilità e un mare di sfide. Tra queste ritroviamo la progettazione del dato, da una parte, affinché da materiale grezzo si trasformi in qualcosa che possa veicolare un senso. In un determinato contesto, in base alla cultura di riferimento. Dall’altra, la progettazione delle conversazioni. Con questo articolo, che vuole essere solo un’introduzione alle tematiche menzionate, diamo il via a una serie di riflessioni sul data design e la UX writing. Nei prossimi articoli entreremo nel vivo di questi argomenti.

Parlare di contenuti e di conversazioni, non ci spaventa alcunché. Noi di Graydee, siamo una content factory. In alcuni casi e in determinate uscite, invece, avremo bisogno dell’occhio clinico di chi di design ne sa più di noi. Tireremo in ballo anche il brand di Spindox che ha fatto del design la sua essenza: Blackdee. Il nostro alter ego, dall’animo rock.

Data Design: cos’è?

Sì, lo avrete sentito centinaia di volte: siamo circondati dai dati. Nello scorso anno, Bernard Marr su Forbes scriveva che ci sono 2,5 quintilioni di byte di dati creati ogni giorno, di cui il 90% generato solo tra il 2016 e il 2018. Si tratta di un numero in continuo aumento, destinato a crescere nei prossimi anni anche grazie all’espansione dell’Internet of Things. Trasformare tutti questi dati in qualcosa di usabile, accessibile e quindi decodificabile e immediatamente comprensibile, è uno dei compiti del data design.

Fonte Domo: 'Data Never Sleeps 5.0'.
Fonte Domo: ‘Data Never Sleeps 5.0’.

Proprio nei prossimi giorni, il 10 marzo per la precisione, si concluderà a Roma la mostra avviata il 5 dicembre scorso, da Edison, dal titolo ‘Data Design. I dati come materiale creativo’. Nella mostra – organizzata in collaborazione con Fondation EDF, con il patrocinio di Institut Français Italia e promossa da Confindustria nell’ambito dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale 2018 – artisti e designer si sono avvalsi della quantità inesorabile di informazioni cui oggi abbiamo accesso, per dare vita a forme nuove e rappresentazioni grafiche:

«Completando e perfezionando i modelli di stampo “classico” che danno la precedenza alla semplice presentazione di dati, il design sviluppa veri e propri spazi di presentazione e rappresentazione, entro i quali si delinea una percezione sensoriale delle dinamiche di relazione tra i dati stessi. Conferendo forma, sostanza e direzione alle aggregazioni, congestioni, fluttuazioni e circolazioni di dati, il design riesce a far emergere il loro carattere immateriale e la loro immanente presenza.»

Information Visualization

Una delle possibilità del data design è l’Information Visualization, una delle discipline dell’HCI (Human-Computer Interaction, torneremo su questo tema in un altro post!): le informazioni trovano una rappresentazione visiva affinché chi le riceve possa proiettarle nella propria mente in maniera accurata. Che sia essa una visualizzazione grafica o uditiva, non importa. Ciò che assume estrema importanza è, invece, la comprensione del dato in oggetto. Un pubblico di persone ipovedenti, per esempio, deve avere accesso all’informazione sebbene essa sia veicolata in maniera differente (abbiamo parlato di accessibilità per il Web in questo post del nostro blog, ma anche in questi altri due: qui per il World Usability Day e qui a proposito di LaTex. Se ti interessa, dai loro un’occhiata).

Da Infovis-wiki.net capiamo che l’Information Visualization: «produces (interactive) visual representations of abstract data to reinforce human cognition; thus enabling the viewer to gain knowledge about the internal structure of the data and causal relationships in it.» e che l’abstract data «refers to (heterogenous) data that has no inherent spatial structure; thus it does not allow for a straightforward mapping to any geometry, but relies upon means provided by information visualization for its visual representation.»

Quindi, l’Information Visualization ha a che fare con rappresentazioni visive di dati astratti per rafforzare la comprensione e portare alla conoscenza i destinatari di una dato messaggio. Il dato astratto non ha una struttura di per sé, è grazie alla visualizzazione delle informazioni che trovano una geometria e quindi una forma, una rappresentazione visiva utile.

Copywriting e UX writing: dire quasi la stessa cosa?

Come recita il titolo della raccolta di saggi di Umberto Eco pubblicata nel 2003, il titolo di questo nostro paragrafo si interroga su un quesito che – chi più, chi meno – tutti coloro che si occupano di scrittura per il web ma anche testi per annunci pubblicitari, design della comunicazione e così via si sentono domandare da qualche tempo. O forse si sono domandati anche loro.

Ma iniziamo dalle basi.

UX. Eh?

Come anticipato, non intendiamo esaurire l’argomento con questo primo articolo, occorre però fare un po’ di chiarezza. Sin da subito.

Il termine ‘UX’ non è altro che l’acronimo di user experience. Don Norman – professore di psicologia e scienze cognitive, ingegnere, ricercatore nei campi del design e dell’ingegneria dell’usabilità, direttore di The Design Lab all’Università della California-San Diego, consulente e cofondatore della Nielsen Norman Group insieme a Jacob Nielsen – è considerato l’ideatore del termine user experience, già dagli anni in cui lavorava in Apple (dal 1993 al 1997). Secondo Norman, l’esperienza è qualsiasi cosa: è il modo con cui si vive il mondo, il modo in cui si vive la vita, il modo in cui si vive un servizio, un’app, un sistema informatico.

Per saperne di più, guarda il video che segue. Ritrae Norman alle prese con le sue sensazioni a proposito del modo in cui si utilizzavano – impropriamente – i termini UX e user experience qualche anno fa, nel 2016.

Don Norman: ‘The Term UX’.

Don Norman e Jacob Nielsen – l’altro fondatore della NN Group, consulente anche lui, guru delle pagine web usabili – dichiarano che la user experience «encompasses all aspects of the end-user’s interaction with the company, its services, and its products.» In sostanza, affinché si parli di esperienza utente bisogna rispettare un requisito fondamentale: le esigenze del cliente, o utente, devono essere soddisfatte, senza generare in lui sensazioni di fastidio o criticità.

UX writing: scrivere per creare fiducia nell’utente

È in questo contesto che si inserisce la progettazione delle conversazioni. Come sostiene Chris Cooper, copywriter in Real Good Writing, chi si occupa di ux writing scrive per migliorare l’esperienza dell’utente. Ma non solo. Quello che fa un ux writer è lavorare sul processo creativo e di pensiero. Attraverso quel processo è in grado di anticipare e guidare il comportamento del cliente, creando una mappa delle conversazioni.

Come quando si conversa con qualcuno, faccia a faccia, allo stesso modo, quando si progetta una conversazione scritta tra un utente e un servizio, l’elemento fondamentale è la fiducia. Perché quell’utente, spesso, si trova a interagire con qualcosa di nuovo e sconosciuto. Immaginiamocelo all’interno di un sito web appena scoperto. È importante per lui che il testo, la rappresentazione grafica, l’interazione, siano coerenti, informino chiaramente sul processo, su ciò che sta accadendo o succederà a seguito di una sua determinata azione. È importante che design e copy, insomma, dicano la stessa cosa. Attraverso codici e linguaggi diversi.

È così che progettare l’informazione e l’esperienza richiedono contenuti che facciano da guida all’utente nel suo percorso di esplorazione. Ogni testo inoltre, dovrebbe fare in modo che l’utente continui a leggere. Dall’inizio alla fine.

Cooper sostiene che chi si occupa di ux writing, crea emozioni. Su UX Writing Hub, scrive: «Sometimes it’s delight. Sometimes it’s relief. Sometimes it’s a sense of fun or a jolt of confidence. We show them that despite their fear of trying something new, purchasing something unknown, sticking their neck out, that this is right. When you’re able to transform common interactions into authentic connection using simple, human language, you begin to establish trust. It’s not immediate, but it does have a compounding effect. Start small and it builds upon itself.»

Fiducia, supporto, semplicità, chiarezza, attenzione. Un po’ come l’AIDA Formula del copywriter modello: Attention, Interest, Desire, Action.

The AIDA Formula da Brain Dean 'Copywriting: The Definitive Guide'.
The AIDA Formula da Brain Dean ‘Copywriting: The Definitive Guide’.

Perché UX writing?

I processi per sviluppare testi, siano essi destinati a finire in una mobile app o finalizzati per un sito web, possono essere diversi. Sergio Carranza Minore, UX writer e Content Designer in Citibanamex sottolinea come il compito di un esperto in UX writing sia anche quello di allineare i testi prodotti, con il tono di voce del brand. Non è tutto, chiaramente. Spesso difendere le proprie scelte stilistiche e lessicali da stakeholder e product owner di progetto o prodotto, non è così semplice. A supporto delle proprie scelte, ogni UX writer dovrebbe avvalersi di ricerca, test di UX writing e raccolta di feedback.

Come sviluppare e portare avanti una fase di ricerca, lo scopriremo nei prossimi pezzi!

2 COMMENTS

Comments are closed.